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Il nuovo libro di Franco Viviano, una grande lezione di umanità

Ho sempre osservato con attenzione Franco Viviano. Lo confesso: l’ho puntato e non l’ho mollato. Sicuro che il suo intuito mi avrebbe condotto, anche inconsapevolmente, da qualche parte. Ed è stato in queste occasioni che ho notato nel suo sguardo un che di malinconico. Che io attribuivo alla tensione, allo stress. Certamente non al dolore. Dopo aver letto il suo ultimo libro (Io, killer mancato – Il giornalista cresciuto con i mafiosi, edizione Chiarelettere, 144 pagine, 14 euro) ho capito molte cose. Non tutto ovviamente.
io_killer_mancatoHo capito molte cose dell’uomo, del cronista e di una città, Palermo, che cela storie di grande umanità e passione. Ma anche di una città, la Palermo di ieri (e in qualche caso forse anche di oggi), in cui a far tremare, come scrive Attilio Bolzoni nella postfazione «non era la mafia, erano gli amici della mafia: traditori, spie, maggiordomi, talpe, esperti nel doppiogioco. Uomini in divisa, qualche magistrato, qualche prefetto».
Franco, nel raccontare se stesso, il suo dolore muto per la perdita del padre, racconta una vasta umanità: quei personaggi che per noi, apprendisti stregoni di un giornalismo spesso mordi e fuggi, sono solo boss, capimafia, criminali. E invece lui ci fa vedere l’altra parte del mondo: quella di ragazzi con il destino segnato, di comitive di giovanotti che hanno dovuto da subito fare i conti con le privazioni colmate prima con i furti e poi con reati sempre più gravi, con l’assenza del padre, di ambedue i genitori, dei parenti vittime di una violenza inaudita che per anni è stata la cifra principale di Palermo. «Nel mio quartiere c’erano personaggi legati a diverse famiglie mafiose: Madonia, Riccobono, Scaglione, Troia, Liga Nicoletti, Di Trapani, Davì, Pedone, Gambino, Bonanno, Micalizzi e Mutolo, la crema di Cosa nostra. Vivevamo fianco a fianco». Racconta l’università di Cosa nostra in cui i picciotti venivano osservati, selezionati, messi alla prova. Lo stesso Franco è stato tra questi: «Tu non hai fatto parte di Cosa nostra – gli dice il boss pentito Gaspare Mutolo – ma hai rischiato di finirci dentro e sai come funzionava».
Un libro che è una grande lezione di vita, oltre che di giornalismo: il destino di Franco, cresciuto al Villaggio Ruffini, era quello di vendicare il padre mentre lui sognava di andare per mare. Ci vuole una grande forza per andare avanti in certe condizioni, ci vuole più coraggio per non farsi risucchiare nella violenza e nel malaffare: Franco ha trovato sia la forza che il coraggio negli occhi di sua madre Enza che si ammazzata di lavoro pur di sottrarre quel suo figlio dall’ambiente che il destino gli aveva assegnato. «Ero cresciuto all’Albergheria e al Villaggio Ruffini, ma nel mio dna non c’era scritto rapinatore, mafioso o killer – scrive Franco -. Non volevo imboccare nessuna di quelle strade. Mi chiedevo che cazzo di futuro avrei potuto avere in quell’ambiente». La sua storia dimostra che un’altra via è possibile.