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Misteri di mafia: il miraggio della verità a Palazzo di giustizia di Palermo. Spariti i documenti di Dalla Chiesa

Sembra un gioco degli specchi, una immaginifica galleria di miraggi. Quando la verità, una prova, una traccia sembrano essere a portata di mano a Palermo, al palazzo di giustizia di Palermo, si scopre che un’anonima manina ha già fatto sparire tutto. Il ruolo degli anonimi in questo palazzo di giustizia è tanto antico quanto antica è la natura stessa della mafia. Questa volta il mistero riguarda la valigetta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il prefetto ucciso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro il 3 settembre 1982: 31 anni fa quella valigetta, che secondo alcuni conteneva nomi eccellenti e sospettati di essere molto legati a Cosa nostra, fu consegnata dalla polizia ai magistrati ma non venne fatto cenno dei documenti che vi erano contenuti.[banner network=”adsense” size=”468X60″ type=”default” align=”aligncenter”]
Carlo Alberto Dalla Chiesa era stato nominato Prefetto di Palermo il 29 marzo 1982 dall’allora Presidente del Consiglio Govanni Spadolini.Qualche giorno fa il magistrato Nino Di Matteo che da tempo indaga sulla trattativa tra Mafia e Stato, su alcuni delitti eccellenti e sui misteri che hanno avvelenato la vita repubblicana ha chiesto agli investigatori di cercare nei depositi del palazzo di giustizia quella valigetta che, una volta ritrovata, era vuota. Questione certamente da chiarire anche perché la ricerca della valigetta ha alla base un’altra segnalazione anonima: è infatti uno dei 22 punti contenuti in un dossier anonimo che il magistrato palermitano, al centro negli ultimi tempi di uno stillicidio di minacce anche gravi, ha ricevuto nell’autunno scorso e che sembra essere stato scritto da soggetti ben informati (qualcuno ipotizza addirittura da carabinieri).

In quel documento anonimo, che l’estensore ha denominato “Protocollo fantasma” si parla appunto della borsa del generale e dei documenti. Per l’uccisione del generale e di Emanuela Setti Carraro sono stati condannati come esecutori e mandanti i vertici di Cosa nostra a partire da Totò Riina. Resta l’ombra di possibili mandanti esterni, politici o addirittura istituzionali: se vi furono la scomparsa dei documenti non aiuterà certo a rintracciarli. “Il fatto che mio padre non si separasse mai da quella cartelletta, una specie di valigetta, e che adesso e’ risultata vuota, e’ indicativo del fatto che la matrice dell’omicidio fosse pu’ politica, perche’ mio padre stava facendo delle indagini molto pericolose per Cosa nostra”. Nando Dalla Chiesa, in viaggio a Londra, commenta così con l’AdnKronos gli ultimi sviluppi dell’indagine coordinata dalla Dda di Palermo e aperta dopo un esposto anonimo arrivato in procura lo scorso autunno in cui si parlava proprio della valigetta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso insieme alla moglie e a un agente di scorta in via Isidoro Carini a Palermo il 3 settembre 1982. “E’ un giallo infinito – spiega ancora Dalla Chiesa – uno dei tanti misteri italiani. E’ un fatto importante l’avere trovato quella cartelletta di pelle vuota”.
E ricorda anche la vicenda della cassaforte di Villa Pajno, la residenza del Prefetto Dalla Chiesa. All’indomani del suo omicidio i familiari cercarono la chiave della cassaforte ma non la trovarono.
“LA chiave – ricorda oggi il figlio Nando – ricomparve solo qualche giorno dopo in un cassetto, ma dentro la cassaforte non c’era niente. Solo una scatola vuota”. Nelle scorse settimane i magistrati di Palermo che indagano sulla valigetta, il Procuratore aggiunto Vittorio Teresi, e in pm Antonino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, hanno anche ascoltato Nando Dalla Chiesa: “Volevano accertare se davvero mio padre avese queste abitudine di tenere con se questa cartella di pelle – spiega – e io l’ho confermato”.Per l’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa sono stati processati diversi imputati, tutti mafiosi. “Io non so su cosa stesse indagando mio padre – dice Nando Dalla Chiesa – ma so che le carte che teneva nella sua cartella di pelle non sono mai arrivate sul tavolo del giudice Giovanni Falcone”. E ricorda: “In famiglia abbiamo cominciato ad avere dei dubbi dopo la storia dell’agenda rossa di Paolo Borsellino scomparsa dopo l’attentatoi di via D’Amelio. Troppe coincidenze”.