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I carabinieri fermano i viddani di Cosa nostra

PALERMO – Un supermandamento mafioso per governare con più efficienza Cosa nostra e per poter riaffermare il dominio della mafia di un tempo, quella violenta e estremista. Era il progetto cui lavorava Antonio Sciortino, il boss mafioso arrestato dai carabinieri del Gruppo di Monreale su ordine di custodia del Gip del tribunale di Palermo. Un mafioso di peso, questo Sciortino, che in soli cinque mesi (dal novembre del 2011 quando è uscito di galera dopo aver scontato una condanna al 41 bis per associazione al marzo del 2012) è riuscito a portare a compimento il mandato che, dicono gli investigatori, aveva ricevuto probabilmente in carcere.
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L’operazione Nuovo mandamento, così è stata battezzata dagli inquirenti (hanno coordinato le indagini tre pm della procura antimafia palermitana: il procuratore aggiunto Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Sergio De Montis e Daniele Paci) ha portato in carcere 37 persone tra boss, gregari e anche il sindaco di Montelepre che avrebbe fatto da intermediario tra la mafia e un imprenditore che si era aggiudicato dei lavori. «Abbiamo bloccato in tempo il tentativo di riorganizzazione di Cosa nostra – dice il tenente colonnello Pierluigi Solazzo, il comandante del Gruppo di Monreale – una perfetta sinergia fra carabinieri e magistratura ha consentito di cogliere tutti i segnali che arrivavano». «Ed è – ha detto il comandante provinciale dei carabinieri di Palermo Pierangelo Iannotti -, possiamo dire, l’operazione più importante degli ultimi vent’anni condotta senza l’ausilio dei collaboratori di giustizia».
Una inchiesta che affonda le sue origini nella grande indagine Perseo che portò in carcere circa 90 persone (la coordinarono Roberta Buzzolani e Maurizio De Lucia) e che dimostra come la mafia palermitana, quella tradizionale, quella delle campagne non ha affatto rinunciato al dominio sul territorio. In questo caso ci troviamo in un’area strategica per Cosa nostra, quella tra San Giuseppe Jato che fu il mandamento di Giovanni Brusca e quella di Partinico che è invece zona di comando dei Vitale, i Fardazza. E così seguendo un’idea che era stata del boss Benedetto Capizzi e poi del boss di Altofonte Domenico Raccuglia che è stato aiutato nella latitanza da parecchi degli arrestati a Sciortino viene dato il compito di riorganizzare il mandamento. Il progetto è chiaro: ampi territori dell’Alto Belice Corleonese e del partinicense riuniti in un solo mandamento, quello di Camporeale nel cui ambito ricadono comuni importanti della geografia mafiosa come Giardinello, San Cipirello, Piana degli Albanesi, Monreale. Il modello sembra essere quello dei viddani di Totò Riina, con un mandamento forte, il cui capo è in grado di governare tutte le questioni: quelle interne a Cosa nostra ricorrendo se è il caso anche alla lupara bianca e quelle pubbliche con l’attività tradizionale delle estorsioni ai danni degli imprenditori, della penetrazione nelle amministrazioni comunali (oltre al sindaco di Montelepre arrestato è stata documentata l’attività dei mafiosi per il controllo dell’amministrazione comunale di Giardinello: i boss si sono adoperati per favorire l’anno scorso l’elezione del sindaco che però non risulta né indagato né altro) e l’aiuto agli amici politici che lo chiedono perché i mafiosi vogliono contare e sanno che dalle amministrazioni locali si può avere molto. Ma la mafia, ha detto con una certa amarezza il comandante dei carabinieri del gruppo di Monreale Solazzo «si propone come internediaria anche per gli affari dei privati e a volte si sostituisce a carabinieri e magistrati» mettendo così l’accento sulla disponibilità dei cittadini a rivolgersi a Cosa nostra per ottenere giustizia che fa il paio con la quasi totale assenza di denunce pur in presenza di un’attività estorsiva molto intensa. E poi c’è da sottolineare l’attività di abigeato, il furto di animali, che è poi un’attività tradizionale di Cosa nostra: gli animali rubati dal valore che varia tra i 700 e i 1.500 euro ciascuno, contribuivano a far far crescere gli affari della macellazione clandestina.
Ma torniamo alla nuova organizzazione di Cosa mostra perché in questo caso ritroviamo un certo disprezzo per i nuovi viddani nei confronti dei mafiosi di città e troviamo persino una sede “legale” di Cosa nostra, la sede sociale era in una masseria collocata tra San Cipirrello e San Giuseppe Jato: qui avvenivano le riunioni e venivano prese le decisioni importanti, anche quella di eliminare i nemici. In questa nuova organizzazione non era stata inclusa la famiglia di Altofonte che invece è stata lasciata alle dipendenze del mandamento cittadino di Villagrazia-Santa Maria del Gesù. Viddani che sono garanti per vecchi e nuovi mafiosi, tanto che un boss degli Stati Uniti si era presentato da loro con una lettera di presentazione della famiglia Gambino di New York per ottenere di essere messo fuori dalla famiglia di Montelepre e poter entrare a quel punto ufficialmente nella famiglia mafiosa dei Gambino a New York: «Ciò sottolinea un ruolo amministrativo di Cosa nostra che deve certificare l’appartenenza o meno di un affiliato a questa o quella famiglia» ha commentato il capo della procura di Palermo Francesco Messineo il quale ha escluso che vi potessero essere volontà di conquista da parte di questi boss nei confronti del capoluogo ma ammettendo che il paragone con i viddani di Totò Riina può essere definito «una felice intuizione che potrebbe avere sviluppi ma è presto per dirlo».
Per il momento gli inquirenti sostengono che si è di fronte «a una mafia ancorata alle vecchie regole anche formali e gerarchiche di Cosa nostra. Una mafia che rimane incentrata su un’economia pastorale e agricola, i cui maggiori valori rimangono la terra e il rispetto della comunità ove opera proponendosi come vero e proprio antistato, tanto che anche i dissidi privati vengono risolti davanti al capomafia il quale si sostituisce al giudice naturale, previsto dalle leggi dello Stato». Viddani appunto. E basta.