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I Dpef della Regione siciliana: lenzuolate programmatiche

L’assessorato all’Economia della Regione siciliana ha pubblicato sul sito internet quasi tutti i Documenti di programmazione economica e finanziaria degli ultimi anni. Un lavoro pregevole e importante sul piano della trasparenza di governo.

Vedere tutti quei documenti insieme fa una certa impressione: sono il segnale che in questi anni c’è stato chi ha lavorato alla preparazione di qualcosa che avesse una parvenza di programmazione con obiettivi, azioni, priorità, considerazioni, analisi. Documenti che sono passati al vaglio di politici, deputati regionali, consulenti e di chissà quanti altri soggetti (giornalisti compresi). Stessa cosa è avvenuta per altri tipi di documenti programmatici o di cosiddette iniziative di governance (si pensi ai protocolli firmati con le parti sociali o ai tavoli costituiti per questo o quell’altro obiettivo). 
Insomma vista così sembra che il governo della nostra regione si sia posto il problema della programmazione dello sviluppo e che abbia avuto nel corso degli anni un’idea chiara. Ma di volta in volta abbiamo dovuto prendere coscienza del fatto che poco o nulla si è mosso in questi anni e che anzi molto si è mosso ma nella direzione sbagliata: la Regione già malata di elefantiasi burocratica ha aggravato il suo stato e gli enti locali hanno fatto anche peggio.

E dunque vogliamo dirla tutta? I documenti di cui abbiamo parlato restano banali esercizi di stile, un insieme di numeri che poco o nulla ha a che fare con la realtà e con le dinamiche economiche della nostra terra. Che non ha mai avuto una vera politica industriale, che non ha mai avuto una organica politica del turismo e che non ha una efficace politica di valorizzazione dei beni culturali dai tempi in cui era assessore Luciano Ordile e le giunte regionali erano blindate dalla Democrazia cristiana. Sull’agricoltura e sull’agroindustria non mi soffermo perché altri e meglio di me, sulle pagine di questa rivista e nelle ricerche della Fondazione RES, lo hanno fatto. E vi invito a cercare e leggere il materiale per potervi rendere conto come gran parte del valore aggiunto dell’agricoltura finisca altrove: un percorso a ostacoli che solo i migliori autolesionisti possono mettere in pratica. E noi siciliani in fatto di autolesionismo siamo maestri.

Ancora recentemente il presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta nell’annunciare un pacchetto di provvedimenti per lo sviluppo della regione ha appuntato la sua attenzione sui cosiddetti Trinacria bond e sui 70 milioni da destinare alla solidarietà e ai disoccupati, riproponendo la misura keynesiana dei cantieri di lavoro seppur denominati in altro modo. Ora, passi il Trinacria bond su cui il presidente sembra essere mosso da buone intenzioni (quelle di pagare un po’ di debiti alle piccole e medie imprese che stanno soccombendo) anche se non è ancora del tutto chiaro il meccanismo attraverso il quale questa misura sarà realizzata: probabilmente lo si capirà più avanti quando l’Irfis sarà nelle condizioni di poterlo chiarire. Sul tema è già polemica aperta: il progetto di trasferire all’Irfis il compendio di Crias (la cassa regionale per gli artigiani) e Ircac (l’Istituto che eroga credito alle cooperative) non è piaciuto alle categorie interessate che vedono la caduta del certo (ciò che c’è) a vantaggio dell’incerto (ciò che deve ancora venire). 

Ma i fondi destinati alla solidarietà o a quello che si può chiamare reddito di cittadinanza senza per questo pagare pegno al movimento Cinque stelle fanno pensare a misure che hanno una valenza nel breve termine e che poco o nulla hanno a che fare con il vero sviluppo della regione. Si obietterà: allora non bisogna pensare ai più deboli, ai più poveri, ai disoccupati? certo che sì ma forse per fare la rivoluzione vera è necessario uno sforzo culturale e di elaborazione che possa portare novità, un modo nuovo di affrontare le questioni, porre le basi affinché i poveri e i disoccupati non stiano ad aspettare il cantiere da lavoro (un tempo si chiamava cantiere scuola e insegnava spesso a come schivare il lavoro).

Ora se consideriamo l’opposizione che arriva da varie parti della regione a qualsiasi tipo di intervento per la modernizzazione infrastrutturale della nostra regione (dall’elettrodotto Sorgente-Rizziconi al rigassificatore di Porto Empedocle) e se consideriamo ancora i ritardi nell’attuazione del piano regionale per la logistica di cui si parla ormai da dieci anni e l’oblio in cui sono caduti i nostri porti (solo recentemente si è riusciti a sbloccare i finanziamenti europei per il porto di Augusta) e la generale assenza di una vera politica della formazione e dell’occupazione, possiamo ben dire che la Sicilia non solo ha bisogno di una rivoluzione ma ha anche bisogno di una nuova classe dirigente che non si capisce dove andare a recuperare visto che i migliori sono spinti alla fuga in nome di un presunto intervento sociale che ha ucciso il merito e fatto vincere le clientele. In un recente viaggio nei poli della ricerca nella nostra regione ho scoperto cose molto interessanti e una certa effervescenza in luoghi poco conosciuti agli stessi siciliani: il Parco scientifico e tecnologico della Sicilia che ha sede a Catania è tra questi. E poi ci sono i centri del Cnr che si occupano di energia rinnovabile (dal solare all’idrogeno), e ci sono ancora gli incubatori all’interno delle università (il consorzio Arca di Palermo è riuscito fin qui a fare cose che hanno rilievo nazionale e non è il solo).

Insomma mentre il populismo al governo è stato impegnato a incentivare il consenso e a tutelare i privilegi, c’è chi ha dedicato il suo tempo alla costruzione di nuovi percorsi di sviluppo facendo affidamento su finanziamenti europei conquistati palmo a palmo manco si trattasse di una guerra: il confronto nella partecipazione ai bandi europei è sul merito delle questioni e dunque lo sforzo di innovazione deve essere massimo. E’ necessario trasferire queste competenze nelle aree industriali, fare in modo che le nostre Pmi vengano contaminate dai processi di innovazione, sostenere meglio e di più i processi di cambiamento organizzativo, gestionale, produttivo. Nella nostra regione ci sono imprenditori anche settantenni che hanno grande propensione all’innovazione e credono nel futuro meglio di tanti giovani. C’è una Sicilia con una spiccata vocazione al cambiamento, che ha rapporti commerciali con l’estero, che va avanti nonostante tutto e tutti, tra mille difficoltà. Questa parte di Sicilia e di siciliani avrebbe bisogno di interlocutori seri che non trova e chi è chiamato a mediare con il governo nazionale e europeo spesso è distratto da altro. Si è visto con il lavoro di Fabrizio Barca cosa può accadere quando un ministro è veramente impegnato a fare il lavoro per cui è stato chiamato: in un anno è stato fatto ciò che non era stato possibile fare per tanti anni. Un miracolo? No, politica allo stato puro, interpretazione dei bisogni, rappresentazione trasparente degli interessi pubblici. Si può fare, anche con l’aiuto della Ue.

Perché da Bruxelles, checché se ne possa dire, non arrivano solo indicazioni rigide da parte di una burocrazia che si vuole “cattiva e severa solo con l’Italia”. Dall’Europa può arrivare un vero sostegno allo sviluppo se la Sicilia si decide una volta per tutte a mettere da parte le pratiche clientelari, le scelte populistiche di assistenza senza garanzia per il futuro. E soprattutto se la nostra regione decide di fare delle scelte in linea con le indicazioni provenienti dall’Europa. E per fare questo non basta fare le rotazioni di massa negli assessorati regionali ma è anche necessario stanare quella parte di burocrazia che si è formata sul Bignami del diritto amministrativo, che non sa cogliere le novità che arrivano anche in campo giurisprudenziale e che vive il posto di lavoro come luogo di esercizio del potere con tutto ciò che ne consegue poi anche in termini di propensione alla corruzione o all’inciucio affaristico-mafioso.
Alla prospettiva dei tagli e al nuovo (o forse solo diverso) patto di stabilità cui è tenuta la regione bisogna affiancare nuove regole di governo, nuovi modelli anche per gli enti locali: dire che serve una logica di responsabilità è come scoprire l’acqua calda. Ma persino l’acqua calda, in una condizione come la nostra può essere una grandissima rivoluzione. “Ogni azione – si legge nel Dpef – deve porsi all’interno di un disegno strategico per l’aggiustamento strutturale delle performance economiche e degli squilibri di finanza pubblica nella regione”. Basterebbe un po’ di coerenza. Così come sarebbe necessario mantenere gli impegni su altre questioni importanti: quella dell’operazione verità sui conti, della reale quantificazione dei residui attivi e passivi o anche della necessità di continuare nella sperimentazione della trasparenza dei bilanci.