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Tra Tindari e Barcellona Pozzo di Gotto c'è Falcone terra di mafia

di Antonio Mazzeo

Poteva essere il paradiso. Invece è cemento, cemento, cemento. A destra ci sono la rocca con le rovine e il santuario di Tindari e la straordinaria riserva naturale dei laghetti di Marinello. Dalla parte opposta si scorgono il promontorio di Milazzo e i Peloritani. Di fronte l’azzurro del Tirreno e nello sfondo, nitide, le sette isole Eolie. Falcone, cittadina della provincia di Messina con meno di 3.000 abitanti, poteva essere una delle perle turistiche, ambientali e paesaggistiche della Sicilia. Il territorio, però, è irrimediabilmente deturpato da orribili complessi abitativi, alverari-dormitori per i sempre più pochi turisti dei mesi estivi. Del peggiore, risalente all’inizio degli anni ’80, nessuno ricorda più il nome originale. Lo si conosce come il “Casermone”, una miriade di miniappartamenti di appena 50 mq, a due passi dal mare. Vicine alle spiagge sempre più erose dalle correnti e dalla moltiplicazione di porti e porticcioli sorgono altre strutture soffocanti e impattanti. Ma alla furia di progettisti e costruttori non sono scampate neppure le colline, sventrate da strutture talvolta simili a vere e proprie prigioni per villeggianti.

[banner size=”468X60″ align=”aligncenter”]A colpire ulteriormente il centro abitato e le frazioni collinari ci hanno pensato pure un terremoto nel 1978 e, l’11 dicembre 2008, l’alluvione generata dallo straripamento del torrente Feliciotto. Gli interventi post-emergenza hanno fatto il resto: ulteriori colate di asfalto e cemento senza che mai si mettesse in sicurezza un territorio ad altissimo rischio idrogeologico, fragilissimo e dissestato. E le speculazioni hanno richiamato la mafia, quella potentissima e stragista di Barcellona Pozzo di Gotto e delle “famiglie” affiliate di Terme Vigliatore, Mazzarrà Sant’Andrea e Tortorici. E Falcone, sin troppo debole dal punto di vista sociale, è divenuta facile preda del malaffare.

Sin dai primi anni ’70, l’economia agricola e il vivaismo erano sotto l’assedio della cosca di Giuseppe “Pino” Chiofalo (poi controverso collaboratore di giustizia). Fu proprio a causa di una tentata estorsione ai vivaisti falconesi che egli venne arrestato per la prima volta nel febbraio 1974, unitamente a Filippo Barresi, uno dei suoi più fedeli affiliati del tempo. Poi l’ecomafia poté ingrassare con i lavori autostradali e ferroviari, le megadiscariche di rifiuti di ogni genere, i piani di urbanizzazione selvaggia, i complessi turistico-immobiliari che volevano scimmiottare il disordinato residence di Portorosa della confinante Furnari. E come Portorosa, ville e villini di Falcone sono stati utilizzati come rifugio per le latitanze dorate di boss e gregari di mafia, palermitani e catanesi. Nel comune hanno risieduto stabilmente criminali e killer efferati, come Gerlando Alberti Junior, condannato in via definitiva per aver assassinato, nel dicembre del 1985, la diciassettenne Graziella Campagna di Saponara, testimone inconsapevole degli affari di droga e armi della borghesia mafiosa peloritana.

Ovvio che il territorio che non poteva restare indenne dalla guerra tra cosche che tra Barcellona e i Nebrodi farà più di un centinaio di morti tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90. Un bagno di sangue per accaparrarsi appalti e sub-appalti di opere pubbliche, gestire cave e discariche, cementificare la costa e i torrenti. Omicidi efferati. Eccellenti. Il 14 dicembre 1987, ad esempio, a Falcone vennero assassinati Saverio e Giuseppe Squadrito, rispettivamente padre e figlio, entrambi pregiudicati e vicini alla criminalità barcellonese. Saverio svolgeva la professione di pescatore, mentre Giuseppe risultava titolare di un’impresa di bitumi. A giustiziare i due, un commando guidato da Pino Chiofalo, giunto nel comune tirrenico qualche ora dopo aver consumato a Barcellona Pozzo di Gotto un altro duplice omicidio, quello di Francesco Gitto, facoltoso commerciante ai vertici della vecchia mafia del Longano, e Natale Lavorini, suo dipendente.

Era originario di Falcone Vincenzo Sofia, inteso “Cattaino”, ucciso il 7 novembre 1991 dopo essere stato sequestrato in un deposito di materiale inerte di Mazzarrà Sant’Andrea. “L’omicidio fu deciso dal mio gruppo per rispondere alla morte di Giuseppe Trifirò “Carrabedda””, ha raccontato il neocollaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, già a capo delle “famiglie” di Terme e Mazzarrà. “Ci eravamo convinti che “Cattaino” fosse vicino ai Chiofaliani ed avesse svolto la funzione di sorvegliare i movimenti di “Carrabedda” nel periodo precedente la sua uccisione”. Sofia fu condotto in una chiesa abbandonata nelle campagne di Novara di Sicilia, dove fu finito con un colpo di pistola calibro 7.65 sparatogli in fronte. Il corpo fu poi occultato nel greto del torrente Mazzarrà, in quello che per anni è stato il cimitero della mafia locale. Il 21 maggio del 1992 fu la volta del falegname Angelo Squatrito a cadere vittima di un agguato mafioso mentre si trovava al lavoro a Terme Vigliatore. Domenico Tramontana (grande estortore- gestore di bar e ristoranti a Portorosa, poi assassinato il 4 giugno 2001) e Filippo Barresi, al tempo latitanti, lo avevano scambiato per errore per Nicolino Amante, un amico di Lorenzo Chiofalo, il figlio di don Pino. Il destino di Amante era tuttavia segnato: verrà assassinato in pieno centro a Falcone diciassette giorni dopo.

Il 5 marzo 1996, ad essere ucciso sul lungomare cittadino, fu il barcellonese Felice Iannello, precedenti per truffa e ricettazione e imputato in un procedimento per furto a un deposito di acque minerali. E originari di Falcone furono pure due vittime di lupara bianca: Francesco Micari, fatto sparire la notte del 12 febbraio 1991 e Vincenzo Bertilone, scomparso il 16 maggio 1996.

Il conflitto modificherà l’organigramma delle cosche locali sino a consacrare leader Santo Gullo. Fu Pino Chiofalo, nei primi anni ’90, a rivelare agli inquirenti l’importanza assunta dal malavitoso falconese. “C’era la guerra di mafia con i barcellonesi e il nostro clan necessitava sempre più di armi efficienti e di qualità. Fu quindi per tale ragione che ci portammo a Lesa, in provincia di Novara, dove risiedeva Filippo Barresi. Costui era in stretti rapporti con un tale che risiedendo in quelle zone, era ben introdotto nel giro del grande traffico di armi dalla Svizzera e da altri paesi europei. Costui è originario di Falcone ed è in stretti rapporti con Rosario Cattafi personaggio tra i più influenti nel grande traffico di armi e di valuta, dedito al riciclaggio di denaro a livello internazionale… Se mal non ricordo tale persona si chiama Santino Gullo e nel suo paese d’origine espletava l’attività di lattoniere. So che lo stesso mantiene frequenti contatti con personaggi malavitosi del milanese ove per frequenti periodi ha anche abitato”.

Gullo era legato pure al boss Domenico Tramontana, insieme a cui fu arrestato nel 1997 per una serie di atti estorsivi perpetrati ai danni dei gestori del cantiere navale e della piscina di Portorosa. Condannato in primo grado a 8 anni di reclusione al processo scaturito dall’operazione “Pozzo” e poi assolto in appello, da qualche mese Santo Gullo ha scelto di collaborare con la giustizia. “Ho militato nel gruppo dei mazzarroti e ho commesso una lunga serie di estorsioni ed omicidi”, ha ammesso. “Io ero il responsabile di Falcone e Oliveri e mi relazionavo con il mafioso barcellonese Carmelo D’Amico”. Gullo ha pure parlato dei suoi rapporti criminali con il boss di Mazzarrà, Tindaro Calabrese, e dell’appoggio di quest’ultimo alla latitanza a Portorosa dei palermitani Salvatore e Alessandro Lo Piccolo, i luogotenenti di Bernardo Provenzano poi finiti in manette nel novembre 2007.

A sostituire Gullo a capo delle cosche operanti tra Patti, Montalbano, Falcone e Oliveri, secondo quanto raccontato da Carmelo Bisognano, ci sarebbe oggi Salvator