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L'ipocrisia di un paese che cerca ancora la verità sulle stragi

Vi ripropongo qui un articolo scritto per il mensile palermitano Cult in occasione del ventennale della strage di Capaci.

Non ricordo se fosse prevista pioggia. So solo che piovve: a sera, al culmine di quella giornata drammatica, una lenta pioggerellina venne giù fino a tarda notte. Ero militare a Trapani e vi dovetti tornare. Mi vennero in mente, quando all’una della notte arrivai a destinazione, i tanti Venerdì santo in cui al culmine della processione avevo visto il cielo chiudersi e la pioggia venire giù a volte lenta e a volte più forte. Quel 23 maggio del 1992 avvenne, almeno così io ricordo, la stessa cosa. E Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i ragazzi della scorta mi apparvero come tanti Cristi, come tanti “agnelli di Dio” per citare Francesco De Gregori, immolati: ero passato da Capaci solo un’ora prima del botto e ricordo ancora dalle parti di Cinisi, subito dopo la galleria, un furgone bianco parcheggiato in autostrada.

Ero inquieto e quel furgone non mi piacque affatto: perché, mi chiesi, un furgone a quest’ora fermo in autostrada? Non ha e non ha avuto probabilmente nulla a che vedere con la strage. Mi rimase in mente per tanto tempo. Poi ho rimosso. Vent’anni dopo, in cerca della verità su mandanti e esecutori di quella strage annunciata, siamo ancora qui a domandarci perché tutto ciò fu possibile e perché fu possibile poi 54 giorni dopo l’assassinio di Paolo Borsellino e della scorta. Una barbarie che continuerà ancora per un oltre un anno: fino al 1993 inoltrato con stragi su e giù per il paese colpito nei simboli e con altre morti di innocenti. Siamo qui noi a domandarci il perché e lo sono i familiari di quelle vittime. Siamo qui noi a interrogarci su cosa poteva essere il nostro paese piegato dalla crisi morale e civile di tangentopoli senza le stragi: quale strada avrebbe potuto intraprendere. Se non ci fosse stato il “grande botto” come ha avuto l’ardire di scrivere l’agenzia di stampa Re Pubblica il giorno prima dell’attentato di Capaci. Non si parlava ancora, nel 1992, di processare Giulio Andreotti che qualcuno voleva al Quirinale in quel maggio in cui tutto accadde: fatto l’attentatuni a Capaci i pezzi dello Stato furono messi al loro posto per reazione e al Colle salì Oscar Luigi Scalfaro, uomo di chiesa e di legge.
Si dovrebbe portare oggi nelle scuole italiane un piccolo manuale di storia recente del nostro paese per raccontare cosa furono i giorni della rabbia e del disonore nel nostro paese. Appare all’orizzonte una sorta di ragion di Stato che confligge con le ragioni di giustizia: “Se la ragion di Stato, secondo la sua accezione originaria, corrisponde all’interesse nazionale – ha scritto il procuratore aggiunto antimafia Antonio Ingroia – e quindi all’interesse dei cittadini, non si capisce perché dovrebbe determinarsi una divaricazione fra le ragioni della giustizia e della legge. Dovrebbe, al contrario, esserci coincidenza, sovrapposizione”. E invece così, evidentemente, non è stato. La condanna per Bruno Contrada, i vari processi (di cui uno in corso) al generale Mario Mori, già a capo del Ros e poi capo dei Servizi segreti per la trattativa Stato-mafia, le inquietanti scoperte sul fallito attentato dell’Addaura che fece dire a Falcone la frase sulle menti raffinate dietro un disegno preciso, i depistaggi in quel caso e la presenza di un boss vicino ai servizi come Pietro Scotto, gli altri depistaggi che hanno condotto a progessi farsa sulla strage di Via D’Amelio con condanne oggi risultate prive di fondamento grazie alle rivelazioni di gaspare Spatuzza, oggi pentito ma a quel tempo killer al soldo dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, a capo del mandamento di Brancaccio, le verità a corrente alternata di Giovanni Brusca, che ebbe i primi rapporti con Pierangelo Bellini, detto la primula nera che fu incaricato di avviare una trattativa con la mafia per recuperare le opere d’arte si disse (ne indagò a lungo il buon Gabriele Chelazzi della procura antimafia di Firenze nell’ambito delle inchieste sull’attentato di via Dei Georgofili). E tanti ma tanti altri episodi, fatti, procedimenti per arrivare alle amnesie di ministri, direttori generali, vertici del sistema carcerario e scambi veri o presunti che sembrano andare nella direzione del papello stilato da Totò u curtu e consegnato a don Vito Ciancimino per farlo arrivare ai vertici dello Stato.
I giorni che precedettero la morte di grandi magistrati che avevano processato il potere mafioso, applicando quelle leggi esistenti che in altri casi non era stato possibile far valere. Magistrati che avevano messo le mani nella peggiore e più purulenta delle ferite di Palermo: la compromissione, la collusione con la mafia, il “nenti sacciu e nenti visti” per pura convenienza.
Era il tempo della cancrena e dei condizionamenti, dell’asse tra i vecchi poteri cittadini e il potere mafioso sia esso rappresentato in buona società da Angelo Siino, il ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra accolto con piacere da lor signori, sia don Vito Ciancimino, il figlio del barbiere corleonese che a Palermo rappresentava i viddani e in particolare Totò Riina.
Quella pioggerellina nella notte cupa del 23 maggio 1992 non poteva avere la forza di spazzare via il dramma di una nazione che aveva visto morire uno dei suoi uomini migliori. Chi muore riposa e chi vive si dà pace, si suol dire. In questo caso chi è sopravvissuto ha portato e porta con sé l’angoscioso anelito alla verità, la speranza che la Sicilia e l’Italia, possano cambiare trovando in sé un nuovo ordine etico. Ma è proprio a partire da quel maledetto maggio che comincia un nuovo processo di disfacimento complessivo. Si doveva cancellare Mani pulite per ridare al paese una nuova possibilità. Ma il cambiamento non ha portato nuove condizioni civili: in politica non si è affermato un riformismo moderno, nella società italiana (e non solo palermitana) non si è affermata la domanda di legalità. Tutto è rimasto immutato, quasi che le stragi non fossero mai accadute, quasi che non fosse finito alla sbarra il rappresentante di una intera classe politica e egli stesso sintesi umana di un’epoca storica fatta di compromissioni e misteri: Giulio Andreotti. Seppur condannato, da qualcuno fatto passare per vittima della giustizia: ma la sentenza ne prova i rapporti, le collusioni, i contatti, gli interventi. Fino a una certa data. Eppure qualcuno ha voluto processare i magistrati piuttosto che porsi il problema di una nuova prospettiva sociale e politica. E’ avvenuto più volte e in circostanze di vario tipo: “Mentre ancora si sentono i refoli di Mani pulite alle spalle – ha scritto Nando Dalla Chiesa, figlio del generale ammazzato dalla mafia a Palermo nel 1982, nel libro La Convergenza – il Parlamento si incarica di cambiare il clima nel Paese. Non guidandolo finalmente verso la moralizzazione della cosa pubblica, ma portandolo verso una diffusa diffidenza per la giustizia. E di nuovo lavorando ai fianchi, praticamente all’unanimità, il principio di legalità”.
Dalla Chiesa tocca un punto cruciale del dibattito: il rapporto tra mafia e politica e la rappresentanza istituzionale, che pure è avvenuta, degli interessi diffusi della criminalità organizzata e non. Sono tanti, dopo Andreotti, i procedimenti per concorso esterno in associazione mafiosa e ogni voltasi arriva al culmine delle polemiche. Non ultimo il processo nei confronti del senatore Marcello Dell’Utri, condannato il secondo grado proprio per concorso esterno in associazione mafiosa: sentenza che la Corte di cassazione ha annullato con rinvio. E in questo caso saltano agli occhi le parole di Francesco Iacoviello, procuratore generale della Cassazione che ha chiesto l’annullamento della sentenza: “Non è reato frequentare mafiosi”. Certo non è reato frequentarli poiché bisogna aiutarli a rafforzarsi o a fare affari. Come è accaduto per Totò Cuffaro, il primo presidente della regione finito in carcere perché condannato per favoreggiamento aggravato dai fini mafiosi: la sentenza definitiva è arrivata oltre un anno fa (e da allora Cuffaro è in carcere) e sul piano simbolico inchioda un’intera classe politica. Cuffaro è l’espressione del massimo consenso politico, è punto di riferimento di un sistema di clientele e di potere, tiene rapporti con Michele Aiello che è prestanome di Bernardo Provenzano ma anche, attraverso il suo amico e collega Mimmo Miceli, con Giuseppe Guttadauro, capomafia a Brancaccio, il quartiere dei Graviano. In qualche modo rappresenta la declinazione di altri rapporti di potere e di collegamento con la mafia: quelli di Silvio Berlusconi che, dice la cassazione, attraverso la mediazione di Dell’Utri e di Cinà intrattiene rapporti con mafiosi del calibro di Stefano Bontade e Teresi, li incontra nel 1974 a Milano e li paga per essere lasciato in pace anzi nel assume un loro uomo, lo stalliere Vittorio Mangano capomafia del mandamento di Porta Nuova a Palermo. Dice la Cassazione che non è provato il collegamento politico tra la mafia e il neo partito nato dopo le stragi: Forza Italia. Certo è che Forza Italia risponde perfettamente all’esigenza di nuovo ordine sociale e politico nel periodo successivo alle stragi ma risponde anche a una certa domanda politica dei boss: ricordiamo l’appello di Bagarella agli amici avvocati eletti in Parlamento. Questo per dire che la nebulosa non è stata ancora sgomberata e che il quadro di insieme resta alquanto confuso e tale rimarrà almeno fino a quando continueranno a rimanere segreti alcuni rapporti dei nostri servizi segreti. Nel frattempo una nuova coscienza antimafia è cresciuta nella società palermitana e la nascita di Addio Pizzo rappresenta un fatto nuovo che ha sconvolto culturalmente e pragmaticamente i piani dei boss: vale sempre quell’intercettazione in cui gli estorsori si mettono d’accordo per non passare da un certo negozio perché è aderente ad Addio Pizzo. Ciò nonostante in città non c’è stato il grande boom di denunce ma il boom di denunce c’è stato in aree come quella di Gela. E c’è poi la svolta degli imprenditori di Confindustria: prima Antonello Montante a Caltanissetta a partire dal 2005 e poi l’intera Confindustria regionale con Ivan Lo Bello che decide di scrivere una pagina di grande antimafia: i collusi e chi non denuncia il racket non possono stare nell’associazione dunque saranno espulsi. Un modo per fare pulizia. Cosa che non hanno fatto gli Ordini professionali, tranne qualche lodevole eccezione come quella dell’Ordine degli avvocati nel caso del tributarista Gianni Lapis, e l’Ordine degli ingeneri nel caso dell’ingegnere Michele Aiello di cui si è detto: gli altri hanno costantemente bisogno di stimoli, tendono a dimenticare i fatti dopo la sospensione che arriva in caso di arresto. I professionisti che rappresentano la borghesia vera di Palermo, della Sicilia e sono un pezzo importante della classe dirigente italiana sono indietro rispetto a Confindustria. La zona grigia, fatta di amicizie e collusioni varie, è sempre purtroppo molto vasta: i mafiosi per i loro affari trovano sempre chi è disposto a fare da mediatore con la burocrazia regionale, il professionista che è disponibile ad aggiustare le carte. Vent’anni dopo le stragi che hanno segnato la vita del nostro paese c’è chi si appiglia ai formalismi giuridici e procedurali per non affrontare il problema della lotta frontale contro le mafie e la corruzione che con gli affari dei mafiosi ha molto a che vedere. Chiudiamo con una citazione di Nando Dalla Chiesa “Il bisogno e la disponibilità di cretini. Qui sta la chiave di tutto, prima ancora che nelle complicità intenzionali o nelle affinità morali. Il cretino farà spontaneamente, spesso in buona fede, ciò di cui la mafia ha bisogno. Di più, lo farà gratis. E se ci sarà da omettere ometterà. Più in generale: se bisognerà non capire, lui non capirà. Anzi, porterà a sostegno delle azioni od omissioni desiderate dai clan nuove e insospettabili argomentazioni. Talora con entusiasmo da neofita. Userà parole che i clan, o gli ambienti a loro vicini, non avrebbero saputo inventare o rendere credibili”. Ecco, ancora oggi, questo è il male maggiore di Palermo e dell’Italia.