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I misteri infiniti sull'assassinio di Pio La Torre

L’immagine appartiene alla memoria collettiva: un’automobile crivellata di proiettili e dentro due uomini: Pio La Torre e il suo autista Rosario Di Salvo. Era il 30 aprile del 1982: trent’anni fa. Alle 9 del mattino La Torre, a bordo della Fiat 132 guidata da Di Salvo, sta raggiungendo la sede del partito: in via Turba, in una zona centrale di Palermo. L’auto, raccontano le cronache, viene affiancata da due moto e alcuni uomini con il volto coperto dal casco sparano decine di colpi contro i due. Per quel duplice omicidio sono stati condannati i boss Giuseppe Lucchese, Nino Madonia,Salvatore Cucuzza e Pino Greco: tutti pezzi da Novanta della mafia palermitana. Grazie alle rivelazioni di Cucuzza, nel frattempo diventato collaboratore di giustizia, sarebbe stato anche ricostruito il quadro dei mandanti identificati nei boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

La Torre era il leader del Partito comunista siciliano, era il promotore della legge sulla confisca dei patrimoni ai mafiosi, era a capo del movimento che si opponeva all’installazione dei missili Cruise a Comiso, in una base Usa nell’area dell’aeroporto che oggi porta il suo nome. Un omicidio politico mafioso, si disse subito, e il movente fu cercato nell’attività politica del segretario regionale del Pci. Trent’anni dopo almeno due libri tornano a indagare su quell’omicidio che insieme ad altri delitti degli anni Settanta e Ottanta ha segnato il nostro paese. In ambedue i volumi emerge una tesi. Ci potrebbe essere stata una convergenza di interessi tra Cosa nostra che si incaricò di eseguire il delitto e forze esterne, anche internazionali che avevano interesse a far fuori quel politico che dava così tante noie. Ancora una volta ritorna in primo piano il ruolo di “mafia service”. E’, per esempio, la tesi del volume edito da Castevecchi Rx (284 pagine, 16 euro) e scritto dal giornalista paolo Mondani e dall’avvocato Armando Sorrentino con prefazione di Andrea Camilleri il cui titolo è appunto: “Chi ha ucciso Pio La Torre? omicidio di mafia o politico? la verità sulla morte del più importante dirigente comunista assassinato in Italia”. Mondani e Sorrentino accomunano l’omicidio di La Torre a quelli del generale Carlo Alberto dalla Chiesa (ucciso nel settembre di quell’anno), ma anche con gli omicidi di Aldo Moro (1978) e del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella (1980). Per i due il movente trovato fu solo per tranquillizzare tutti mentre il mandante vero dell’omicidio di la Torre sarebbe rimasto nell’ombra.”Dalle carte dei servizi segreti – sostengono i due – risulta che La Torre viene pedinato fino a una settimana prima della morte. Nel 1976, la sua relazione di minoranza alla commissione parlamentare Antimafia passerà alla storia come il primo atto di accusa contro la Dc di Lima, Gioia, Ciancimino e la mafia finanziaria. Nel 1980, in Parlamento non teme di spiegare l’omicidio Mattarella con il caso Sindona e con la riscoperta di una vocazione americana della mafia siciliana. E’ La Torre a conoscere i risvolti più segreti dell’attività del generale Dalla Chiesa; a comprendere il peso della P2; a intuire la posta in gioco con l’installazione della base missilistica Usa a Comiso; a intravedere, con nove anni di anticipo, il peso di strutture come Gladio. Raccoglie e riceve documenti riservati, appunta tutto una una grande agenda: di questo non si troverà nulla”.
Ce n’è abbastanza per far riflettere. Ma c’è anche abbastanza materiale per avviare una nuova inchiesta che possa portare alla riapertura delle indagini sull’omicidio Pio La Torre le quali a quel tempo, come sempre quando di mezzo c’è l’alleanza tra mafia e poteri più o meno occulti, subirono anche depistaggi. “La pista interna, quella che voleva i mandanti tra i militanti del Pci fu un grande depistaggio” dice Elio Sanfilippo, presidente regionale di Legacoop e autore con l’avvocato Nino Caleca (ambedue compagni di partito di La Torre) del volume “perché è stato ucciso Pio la Torre?” edito dall’Istituto poligrafico europeo.
del resto la pista interna è stata definita una bufala per ostacolare le indagini anche un cronista di primo piano e gran conoscitore di fatti di mafia come Attilio Bolzoni che di Pio la Torre parla in “Uomini soli” (edizioni Melampo): La Torre faceva parte di quel gruppo di uomini che “Facevano paura al potere – scrive Bolzoni -. Italiani troppo diversi e troppo soli per avere un’altra sorte. Una solitudine generata non soltanto da interessi di cosca o di consorteria. Ma anche da meschinità più nascoste e colpevoli indolenze, decisive per trascinarli verso una fine violenta. Avevano il silenzio attorno. A un passo. Pio La Torre, nel partito al quale ha dedicato tutto se stesso. Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa nella sua Arma, lui che si pregiava di avere gli “alamari cuciti sulla pelle”. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in quel Tribunale popolato da giudici infidi”.
Per Caleca e Sanfilippo, la pista più accreditata è quella che porta ai missili di Comiso “Ma in una visione nuova. Una pista che non cancella ma si aggiunge a quella che porta a Cosa nostra. Il problema è ora capire quali interessi ha avuto la mafia per commettere l’omicidio. Una lettura geopolitica, alla luce di quello che è accaduto nello scacchiere mondiale negli ultimi trent’anni, potrebbe farci avvicinare alla verità. Per questo daremo vita a un comitato di intellettuali per chiedere la riapertura delle indagini, sia sotto il profilo storico, sia sotto quello giudiziario”. Perché l’obiettivo di tutti, ora, è unico: approfondire le indagini e svelare aspetti inquietanti, come quello raccontato da Camilleri nella prefazione al libro di Mondani e Sorrentino: “C’è la storia di alcuni professori a cui La Torre porta dei documenti riservati da studiare. Pio quelle carte le aveva evidentemente lette, le aveva interpretate e voleva la conferma di quel che aveva capito. E cioè che fra Stato e mafia c’era una relazione continua”. L’incontro con i professori non ci fu: i killer di Cosa nostra arrivarono prima.