Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

Mafia: il megariciclaggio di Ciancimino in Romania. Il gip Morosini respinge la richiesta di archiviazione

di Nino Amadore

«L’argomento è sempre la strage Falcone-Borsellino legata alla più grossa azienda ecologica in Romania». La frase, sibillina e di difficile interpretazione, ha fatto sussultare gli investigatori  e in particolare gli uomini della direzione investigativa antimafia di Caltanissetta che hanno eseguito il sequestro di atti al civico n. 54 di viale Umbria a Milano dove si trovano gli uffici della messinese Santa Sidoti, collaboratrice di Massimo Ciancimino moglie del faccendiere Romano Tronci. Si tratta di un passaggio del provvedimento (depositato stamattina) con cui il giudice per le indagini Preliminari Piergiorgio Morosini respinge la richiesta di archiviazione per il reato di riciclaggio e intestazione fittizia di beni a carico di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e dell’avvocato Giorgio Ghiron.

[banner network=”altervista” size=”468X60″ align=”aligncenter”]
La frase riportata (sicuramente inquietante) è un passaggio di una lettera, scritta probabilmente nel 2007 sul computer di Santa Sidoti sequestrato, e indirizzata a dott. Ribolla e prof. Ferro, due amministratori giudiziari che a quel tempo si occupavano del patrimonio sequestrato ai Ciancimino e ai loro prestanome (in particolare il tributarista Gianni Lapis cui la missiva è inviata per conoscenza e l’avvocato Giorgio Ghiron poi condannati insieme alla mamma di Ciancimino e allo stesso Massimo per riciclaggio e intestazione fittizia) e il particolare della Sirco e del Gruppo Gas. Nella lettera, la Sidoti affronta le vicende della società Agenda 21 che controlla discariche e centri di raccolta in Romania, i rapporti di quest’ultima con la Sirco (sequestrata nell’ambito del precedente procedimento penale), con la società Alzalea e con la società Ecorec. Un compendio societario, quest’ultimo, che l’anno scorso la sezione misure di prevenzione patrimoniale del Tribunale di Palermo guidata da Silvana Saguto ha sequestrato sulla base di un corposo rapporto redatto dalla Guardia di Finanza.
Mentre i magistrati della sezione misure di prevenzione lavoravano per arrivare al sequestro delle società (eseguito nella parte italiana ma in attesa di diventare efficace in Romania dove Agenda 21 controlla la più grande discarica di rifiuti d’Europa) i magistrati della Procura antimafia del capoluogo siciliano preparavano le carte per chiedere l’archiviazione dell’accusa di riciclaggio per Massimo Ciancimino che, prima di scivolare sulla calunnia aggravata ai danni dell’attuale capo dei servizi segreti Gianni De Gennaro, si era proposto quale collaboratore di punta e dai magistrati palermitani (ma non da quelli nisseni) era stato ritenuto credibile nei sui racconti sulla trattativa tra Stato e mafia in quella terribile estate del 1992. Richiesta di archiviazione presentata il 15 aprile dell’anno scorso sulla base di queste considerazioni: «Le indagini oggetto del presente procedimento penale relative ad ulteriori ipotesi di riciclaggio di beni e somme di denaro di provenienza illecita commesse dagli indagati anche all’estero – si legge nella richiesta di archiviazione – non hanno consentito di acquisire elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio con riferimento alle ipotesi di reato contestate».

Ma a ben leggere il provvedimento di prevenzione che dispone il sequestro delle imprese che controllano gli affari rumeni, Morosini scopre che invece di elementi per continuare a indagare ve ne sono parecchi: «Emergono spunti significativi in ordine a possibili operazioni di riciclaggio di denaro di illecita provenienza da parte di Massimo Ciancimino, peraltro ancora in atto. Tali operazioni potrebbero scaturire proprio dall’investimento di somme derivanti dal patrimonio accumulato da Vito Ciancimino, denaro ereditato dal figlio Massimo e gestito per suo conto da professionisti». Il magistrato indica la via (anzi le vie) su cui è necessario proseguire per approfondire le vicende: «Il tema di indagine che si configura attiene principalmente ma non solo ai collegamenti diretti e indiretti fra Massimo Ciancimino e Raffaele Valente, tra Gianni Lapis e Valente, tra  Ciancimino e i fratelli Pileri (Sergio e Giuseppe), tra Ciancimino e Pietro Campodonico, tra Ciancimino e alcuni soci rumeni, nonché alle attività e alle connessioni dinamiche tra le società Agenda 21, Ecorec e Alzalea, soprattutto in riferimento agli interessi economico-finanziari in Romania nei settori dello smaltimento dei rifiuti e dell’acquisto di materiali quali l’alluminio». Tutti i personaggi citati dal gip (cui si aggiunge il rumeno Viktor Dombrosky, direttore generale e azionista di Ecorec che controlla direttamente la discarica) compaiono nel rapporto che la Guardia di finanza ha fatto e consegnato ai giudici della sezione misure di prevenzione sottolineando quanto l’affare della discarica sia grosso e importante: a Gline (Bucarest) si trova infatti la più grande discarica d’Europa estesa su 114 ettari e in grado di accogliere rifiuti per 47,6 milioni di metri cubi.
Il provvedimento della sezione misure di prevenzione si basa, tra l’altro, sulle relazioni dell’amministratore giudiziario della Sirco, l’avvocato Gaetano Cappellano Seminara che già qualche anno fa ha preso il posto di Ribolla e Ferro. E dalla relazione di Cappellano Seminara emerge l’ipotesi di riciclaggio a carico di Massimo Ciancimino il quale avrebbe riciclato in Romania almeno 300 milioni e che si sarebbe avvalso della collaborazione dei fratelli Sergio e Giuseppe Pileri, «soggetti in grado di gestire alcune società in un complesso gioco di scatole cinesi per aggirare provvedimenti ablativi e cautelari in danno dello Stato» si legge nel provvedimento del gip.

In un edificio del Palazzo di giustizia prove evidenti, in un altro prove ritenute assenti

Scrive ancora Morosini: l’informativa della Guardia di finanza «non  è stata prodotta nel presente procedimento dalla procura della Repubblica (ancorché menzionata in una nota dei pubblici ministeri Lia Sava e Dario Scaletta e datata 13 giugno 2011, depositata in data 31 gennaio 2012 presso la cancelleria di questo giudice per le indagini preliminari)». Insomma, sembra di capire, i magistrati antimafia di Palermo avevano in  mano le prove sul megariciclaggio di Ciancimino ma hanno sostenuto il contrario chiedendo l’archiviazione. Un fatto davvero incomprensibile: nell’edificio in cui si trova la sezione misure di prevenzione le prove sul riciclaggio di Ciancimino sembrano chiare mentre nell’edificio in cui si trova la procura le prove non sembrano esserci.

La conoscenza di Ciancimino di notizie coperte da segreto
Altra questione misteriosa (che va oltre la vanteria di Massimo Ciancimino di poter ottenere la sostituzione di Cappellano Seminara con Andrea Dara, altro amministratore giudiziario da lui evidentemente ritenuto più affidabile) è quella che riguarda la perfetta conoscenza da parte dei protagonisti di questa vicenda: «Nelle conversazioni intercettate – scrive il gip – i vari interlocutori fanno riferimento a vicende istituzionali non solo italiane che dovrebbero essere coperte dallo stretto riserbo, dimostrando di conoscere anche nei dettagli ad esempio le dinamiche interne alla magistratura siciliana e l’andamento di inchieste che dovrebbero essere coperte da segreto, nonché gli equilibri e i rapporti in ambienti politici o apparati di sicurezza addetti, tra l’altro, al controllo di legalità di importanti operazioni economico-finanziarie». Ciancimino e compagni erano a conoscenza di fatti rilevanti e coperti da segreto. E questo sembra un ulteriore filone di indagine in una storia che è ancora tutta da raccontare.

  • ilsuddista |

    mi sembra una buona strada quella che state seguendo. scatole e scatolette sono la specialità della banda Ciancimino
    NAm

  Post Precedente
Post Successivo