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'Ndrangheta negli enti locali: i pericoli del federalismo criminale

Sono stato, qualche giorno fa, ospite alla festa del Pd di Settimo Torinese. Una serata dedicata alla presenza della ‘ndrangheta sul territorio piemontese, come è stato recentemente chiarito (semmai ce ne fosse bisogno) con l’operazione Minotauro. Quello che mi premeva e mi preme sottolineare è l’aspetto legato alla collusione dei colletti bianchi (professionisti e anche imprenditori) e il modello di gestione del consenso a fini politici e di controllo del territorio.
E’ evidente come la ‘ndrangheta in Piemonte come in Lombardia o in Liguria abbia riproposto un modello sperimentato proprio in Calabria: all’attività imprenditoriale in alcuni settori tipici come l’edilizia, la ristorazione, i trasporti e la logistica, le cosche calabresi più di quelle siciliane (in Piemonte sono forti e presenti da anni i clan catanesi più o meno affiliati a cosa nostra) hanno sviluppato in parallelo una attività politica di successo con gli stessi criteri utilizzati in Calabria. Si può parlare di un modello di gestione degli enti locali della ‘ndrangheta? Certo che sì. Questo, come ho avuto modo di dire in più di un’occasione, deve preoccuparci ancora di più: si rischia, infatti, un federalismo criminale con le cosche presenti negli enti locali pronte a orientare scelte amministrative delicate quali quelle che riguardano la gestione del territorio, la partecipazione a grossi finanziamenti, l’opposizione alla costruzione di nuove opere rallentando lo sviluppo dei territori. Spesso sottovalutato questo aspetto è cruciale in ogni ragionamento sul radicamento della ‘ndrangheta. Anche perché, come spiego molto bene nel mio libro (La Calabria sottosopra), la ‘ndrangheta ha dalla sua altri vantaggi competitivi, se così si può dire: a partire dagli anni Settanta i capifamiglia intuirono che era necessario mandare i figli all’università, farli studiare, consentire loro di inserirsi. Molti di questi si sono riscattati ma parecchi hanno mantenuto ben streetto il legame con la tradizione familiare, con le radici criminali facendosi interpreti di quelle istanze, contribuendo a far crescere quel business. Sono oggi professionisti, ben inseriti nella buona società al Sud come al Nord. Contano e parecchio nei rispettivi ordini professionali di appartenenza. Ordini che nella maggior parte dei casi non hanno avviato e non avviano una sana pulizia e una lotta alla coollusione. In calabria, nonostante arresti e indagini di varia natura, non si registra alcuna presa di posizione. Tutto tace. Secondo un antico detto siciliano: calati juncu chi passa a china (Abbassati giunco che passa la piena): tutti zitti che tanto prima o poi tutto tornerà alla “normalità” di sempre.