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Monsignor Montenegro: "Sulla mafia la chiesa è stata timida"

di Nino Amadore
L’atteggiamento del governo italiano nei confronti del problema immigrazione, la collusione della classe dirigente con la criminalità organizzata, l’atteggiamento della Chiesa nei confronti delal mafia, il ricordo di giovanni Paolo II che proprio qui ad Agrigento pronunciò quel discorso contro i mafiosi che ancora oggi commuove. Sono i temi dell’intervista a monsignor Francesco Montenegro, il quale non tradisce la fama che lo ha preceduto almeno con me: un uomo, un arcivescovo, di grande cultura e molto schietto.

Lei è stato più volte a Lampedusa nel momento più critico. Che idea si è fatto degli sbarchi?
Credo che questa invasione non sia una novità visto che già negli anni Cinquanta si parlava di una tracimazione dal continente africano all’Europa. Allora sembrò esagerato parlare di un esodo e non si è voluto pensare forse di proposito: forse sembrava una notizia balorda. Ma è accaduto. Mi sembra strano che chi studia le sorti del pianeta non abbia messo in conto il fatto che poteva succedere un esodo di questa sorta. Era prevedibile, non si è fatto niente. Se si sapeva che doveva arrivare bisognava premunirsi.
Quali sono le sue perplessità maggiori in questa vicenda?
Il fatto che il governo continui a parlare di emergenza quando il fatto è già previsto ed è un fatto di cui parla da anni. L’Europa è piena e si fa il gioco dei numeri per vedere se io ne ricevo di più o di meno mi fa dire che forse lo stato non è stato in grado o non ha voluto guardare dalla parte giusta per vedere che c’era un problema di accoglienza, di integrazione, delle leggi che permettessero di più questo scambio. Non credo che sarà la polizia a riuscire a fermarli: il vento non si può fermare. Allora bisogna prendere atto che questa immigrazione c’è e che richiama determinati doveri di giustizia e anche di accoglienza. E quindi con serenità bisogna provvedere: nessuno nega che ci possa essere un arrivo regolamentato. In modo che tutti possiamo vivere l’uno accanto all’altro.
I lampedusani hanno dimostrato una capacità di accoglienza fuori dal comune ma anche una grande sofferenza, non dico intolleranza.
A Lampedusa hanno nel Dna l’accoglienza. Sono stati presi dal panico perché se ne sono ritrovati settemila: erano più di loro. Ma dopo il momento di paura è arrivato il momento di riflessione. Io ho parlato con alcuni lampedusani con le lacrime agli occhi i quali dicevano: "ma perché lo Stato non si è mosso prima per aiutare noi e per aiutare loro. Ci hanno lasciati più di un mese così in balia. Anche se poi pian piano abbiamo recuperato.
Cosa non ha funzionato?
Non ha funzionato l’egoismo che in questo tempo sta rimpicciolendo i cuori, soprattutto in chi governa: questa logica del Nord e Sud.
In occasione della beatificazione di Giovanni Paolo II è stato ricordato il discorso del papa qui ad Agrigento contro la mafia. Cosa è cambiato rispetto ad allora? È cambiato qualcosa.
Forse una maggiore sensibilità nel mondo giovanile c’è. Perché oggi ci sono diverse associazioni giovanili che lottano per la legalità, la solidarietà. Di questo dobbiamo tener conto e non dobbiamo dimenticare che esista questa realtà. Che quel grido possa restare soltanto un grido questo sì fino al quando la logica del profitto, del più forte contnuerà a essere la regola. La violenza è il frutto di un’ingiustizia sociale.
C’è stato secondo lei un abbassamento di tensione da parte della classe dirigente anche della classe politica: questa è la provincia dell’ex presidente della regione Totò Cuffaro, uomo di chiesa che ha affidato se stesso e la sua famiglia alla Madonna. Ma è stato condannato per mafia. Non c’è un abbassamento di tensione?
Si è sbiadito il senso della politica. I sindacati che dovevano mediare tra chi governa e la popolazione sono diventati gruppi di potere. La politica è diventata un cortile dove vince chi grida di più. L’interesse per il bene comune è venuto meno. E quando salta l’interesse per il bene comune salta la legalità, la sussidiarietà, la cittadinanza attiva. Ognuno pensa a sé e chi vuol vivere troppo bene si costruisce recinti dorate. Di conseguenza si abbassa il tono di tutto e si impone la legge della giungla.
Qui dove noi ci troviamo c’è un problema molto forte: la cosiddetta frana di Agrigento che sta trascinando verso il basso tutto il centro storico. E anche in questo caso la politica ha dimostrato la sua debolezza, la sua incapacità…
La forza della politica è di guardare lontano. Quando la politica si limita a guardare la punta del naso non è più politica. E credo che anche in questo caso della franma abbiano guardato la punta del naso. La politica che cerca il bene comune va sempre oltre mentre qua si è guardato l’immediato. Qui non si tratta nemmeno di vedere di chi è la colpa perché qui la colpa è di tutti.
La chiesa è stata accusata di essere un po’ troppo collaterale rispetto al potere: politico-mafioso o solo politico o solo mafioso. Qual è la sua opinione? È cambiato questo atteggiamento? O non è mai esistito ed era solo un luogo comune?
La difficoltà di rispondere a questa domanda è quello di capire cosa si intende chiesa.Quando diciamo chiesa dobbiamo intendere un’unica realtà: quelli dei palazzi con le vesti rosse e il semplice battezzato. Forse quello che è mancato alla chiesa è quel profetismo. Io non voglio dire accordi con la mafia o altro. Ci possono essere stati degli uomini che lo hanno fatto. Dai tempi di Adamo e Eva c’è sempre stato chi si è messo dal lato sbagliato e dunque ci può essere stato chi si è messo dal lato sbagliato facendo il gioco di chi usa la violenza come strumento normale. Che la Chiesa avrebbe dovuto, forte del Vangelo, annunciare con la parola di Cristo e farla diventare parola di vita questo sì. Alcune volte si è cercato di annacquare un po’ per paura un po’ per la preoccupazione di non essere capiti, un po’ per aspettiamo, quando il Signore ci ha insegnato che dobbiamo avere il coraggio dei nostri gesti e delle nostre parole. Questa mancanza di profezia forse è la colpa della chiesa.