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A Rosarno dove cresce la pianta della normalità

di Nino Amadore
C’è una Calabria che non si rassegna e vuole ribaltare tutto riportando le cose al proprio posto. Esiste e si trova in un posto che ormai tutti assimilano al massimo del degrado senza distinzione alcuna. Il posto è Rosarno, nel cuore della Piana di Gioia Tauro, la cittadina che venerdì mattina ha assistito muta  e assente alla manifestazione di circa trecento persone  (in massima parte immigrati) per ricordare la rivolta e gli scontri e gli spari contro i lavoratori extracomunitari, i niuri appunto, avvenuti un anno prima.
Tra quei 300 c’erano anche alcuni studenti dell’Istituto Piria: la preside Maria Rosaria Russo ha voluto che vi partecipassero. E’ un segnale importante che intende marcare le differenze. Nello stesso istituto studiano i figli di alcuni importanti ‘ndranghetisti della zona. Ed è  a loro che la preside si è rivolta nel corso della presentazione del libro La Calabria sottosopra nell’aula magna dell’istituto. Ed è di loro che la preside ha parlato: “Si tratta di ragazzi che hanno intrapreso una strada di studio e di impegno oltre che di legalità”. Immaginiamo non sia semplice quello che questi ragazzi calabresi stanno facendo. Anzi diciamolo pure è difficile. Ma senza retorica si può dire che questi ragazzi rappresentano la speranza: non solo per la Calabria, se vogliamo,  ma per l’Italia intera. Dimostrano che la Calabria possiede in sé le forze, la cultura, la volontà: basta venire in questa scuola di Rosarno per cogliere quanto di buono ci può essere nella società calabrese. E che non ha bisogno né di commissari né di penne forcaiole. Qui c’è la “Rosarno degli onesti” che non intende cedere di fronte alla “Rosarno dei disonesti” o alla Calabria sottosopra (se vogliamo). La Calabria che non ha bisogno di commissari, né di delegare ad altri la propria liberazione. Una ragazza, gli occhi intensi e lo sguardo orgoglioso, con un cognome pesante per chi conosce la geografia della ‘ndrangheta, rivendica con forza la differenza tra famiglia naturale e la definizione che di famiglia si dà nel gergo giornalistico a indicare una cosca mafiosa: “Parlate di famiglia, famiglia. Ma la famiglia è una cosa diversa” mi spiega la ragazza. Ed è vero: c’è un problema semantico e un cinismo che non tiene conto degli affetti. Dovremmo fare autocritica (io ho chiesto scusa alla ragazza perché proprio della sua famiglia avevo parlato poco prima): perché in una famiglia c’è tanto affetto e spesso tanta dfferenza. Noi siciliani, prima di ogni altro, dovremmo saperlo bene. Ricordo ancora il racconto della mamma di Peppino Impastato, Felicetta, una delle persone più dolci che io abbia mai conosciuto: “Si sciarriavunu. Si sciariavunu (Litigavano, litigavano)” diceva riferendosi alle liti continue tra Peppino e il marito che era un esponente di Cosa nostra a Cinisi. Peppino sfotteva don Tano Badalamenti (Tano Seduto, lo chiamava) e quello si lamentava con il padre che a sua volta se la prendeva con Peppino. Certo a Rosarno la situazione è diversa. “Sono tutti in galera – mi ha detto – perché insistete ancora con questa storia della famiglia”. Già. Forse è il momento di cambiare registro.  Ci deve essere un futuro per i figli dei boss perché il loro ritorno alla normalità sociale (senza rinnegare gli affetti della famiglia) ha un valore anche per noi e può contribuire a rimettere a posto  Calabria e il nostro paese.