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Racket mafioso: a Palermo denunce in calo

di Daniela Catanzaro

A Palermo sul fronte della lotta al racket delle estorsioni emerge un dato che preoccupa non poco: dall’inizio del 2010 ad oggi si è registrato un vistoso calo delle denunce di taglieggiamento. L’inchiesta sul pizzo pubblicata sul Giornale di Sicilia di oggi mette in evidenza che sono state complessivamente 13 le segnalazioni pervenute agli investigatori quest’anno, e 16 gli arrestati, a fronte delle 78 denunce dello scorso anno che hanno portato all’arresto di 97 persone.

Se dunque negli ultimi anni gli inquirenti hanno potuto sperare in una decisiva accelerazione delle indagini vedendo lievitare a 200 il numero delle denunce di racket nel periodo compreso tra il 2006 e il 2009, grazie anche al supporto di nuovi pentiti, oggi si ritrovano a dover constatare una brusca battuta d’arresto.

Il timore di finire sotto processo per favoreggiamento per aver negato il pagamento del pizzo, evidentemente, non basta a squarciare definitivamente quel pesante velo di omertà che ancora oggi attanaglia commercianti e imprenditori in Sicilia. E non basta neppure sapere che lo Stato oggi è sempre più impegnato nel proteggere chi non vuole più sottomettersi al ricatto estorsivo della mafia.

La diminuzione delle segnalazioni non è un dato allarmante per il questore di Palermo Alessandro Marangoni, che, sulle pagine del Giornale di Sicilia , sottolinea come fino a pochi anni fa dovevamo fare i conti con la totale assenza di denunce. L’aver superato le 200 segnalazioni, afferma il questore, vuol dire che “c’è stata una spaccatura nella diga del silenzio”.

Un altro dato che emerge con prepotenza negli ultimi tempi è l’aumento dei danneggiamenti nei confronti di negozi e imprese; in particolare, la cosiddetta “offensiva dell’attak”, cioè la pratica di sigillare con la colla i catenacci dei negozi, continua ad essere molto diffusa e non lascia indenne nessun quartiere.

La crescita di questi episodi si presta a due letture, ha sottolineato il comandante provinciale dei carabinieri Teo Luzi sulle pagine del Giornale di Sicilia: se da un lato rappresenta storicamente per i mafiosi il modo per continuare ad esercitare concretamente una forte pressione sul territorio, dall’altro deve essere letto come un segnale di debolezza dei taglieggiatori in quanto “ il racket, prima, non aveva necessità di intimidire i negozianti, sapeva di poter riscuotere con la massima facilità, anzi talvolta erano gli stessi esercenti a cercare gli estorsori. Adesso l’organizzazione mafiosa ha bisogno di intimidire le vittime, altrimenti non arrivano i soldi.”

E’ evidente a tutti che molta strada c’è ancora da fare per sconfiggere la piaga del racket delle estorsioni, ma è altrettanto chiaro che sono lontani i tempi in cui nessuno denunciava e chi osava rifiutarsi di pagare veniva lasciato in totale isolamento. Lo Stato svolge le indagini in maniera sempre più incisiva ed è in grado di assicurare protezione a quanti denunciano. E inoltre, sempre maggiori iniziative partono dal mondo imprenditoriale e non solo, per fare fronte comune contro il condizionamento mafioso, sostenere coloro che denunciano e favorire in questo modo lo sviluppo di un sano tessuto produttivo.
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