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La mafia e l'odore dei soldi dietro il delitto di Piersanti Mattarella

Credo meriti di essere ripreso e pubblicato questo articolo che il collega Rino Giacalone ha scritto per l’edizione online di Antimafia 2000. Un racconto lucido e documentato di certi affari che potrtebbero essere stati alla base dell’omicidio di Piersanti Mattarella. A tanti anni di distanza, come si vede, personaggi e interpreti sono ancora tra i protagonisti della politica di questa nostra terra. E invece di fare autocritica si dilettano in vacue smentite. Ecco il pezzo di Rino. (N.Am.)

 Banche, l’odore dei soldi e degli appalti. I crocevia tra mafia e massoneria. La politica a fare da sfondo. C’è tutto questo dietro l’omicidio risalente a 30 anni addietro del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Era il 6 gennaio del 1980. Il presidente democristiano, area morotea, fu ucciso in via Libertà, a Palermo, era in auto con i suoi familiari, i killer, in due, entrarono in azione e come sono capaci di fare i sicari di Cosa Nostra non hanno sbagliato vittima, colpirono solo il presidente e nessun altro di quelli che gli stava vicino, la moglie, i figli. Delitto di mafia perché così hanno raccontato i pentiti, a cominciare da Tommaso Buscetta, ma è un delitto rimasto senza movente e senza i nomi degli esecutori. Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso quel giorno era il magistrato di turno in Procura a Palermo, toccò a lui fare il sopralluogo, avviare le indagini, oggi di quel delitto ne parla mettendo ancora in risalto tutti i misteri, “non solo mistero siciliano – dice – ma questo resta uno dei misteri del nostro Paese, non si dispera che un giorno qualcosa, o qualcuno permetta di svelarlo questo giallo”. Tra le pagine del processo Mattarella vi sono episodi rimasti raccontati, inquietanti anche perché non è stato possibile dare loro un seguito, impossibile approfondirli. Ma sono lì a raccontare ciò che si muoveva attorno a Mattarella. In evidenza i contrasti che il presidente Mattarella aveva con una parte importante del suo partito, quella che era rappresentata dai cugini di Salemi, i potenti esattori Nino e Ignazio Salvo, i cugini che controllavano la raccolta delle tasse con un super agio che gli riconosceva lo Stato e la Regione. Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, professore universitario e ministro in diversi Governi, è venuto a dire ai giudici quello che aveva saputo sullo scontro diretto tra il fratello e gli esattori di Salemi. E saltano fuori nomi che ancora oggi fanno parte dell’attualità siciliana tra politica e mafia, come quello dell’ex deputato regionale della Dc, Pino Giammarinaro, anche lui di Salemi e per lungo tempo rappresentante degli andreottiani in provincia di Trapani. Nel 1991 ad aprire la sua campagna elettorale per le Regionali, a Trapani arrivò il senatore Andreotti, un intero palazzetto dello sport fu riempito di gente, Giammarinaro fu il primo degli eletti in provincia di Trapani con 50 mila voti. Il prof. Sergio Mattarella dinanzi alla Prima Sezione della Corte di Assise di Palermo tirò fuori il nome di Giammarinaro raccontando della vicenda di costituzione di una cassa rurale a Salemi. Tema che Piersanti Mattarella nei primi mesi del 1976 affrontò da assessore regionale al Bilancio. Il fratello ricordò di avergli sentito parlare di questa banca in termini chiari, “Non glielo consentirò né oggi né mai”. Ma di chi parlava Piersanti Mattarella. “Nei primi del ’76 – raccontò Sergio Mattarella ai giudici – fu richiesta la costituzione e autorizzazione per una cassa rurale di Salemi da parte di un gruppo di associati il cui rappresentante amministratore si chiamava Ignazio Lo Presti notoriamente vicino ai Salvo. A Ignazio Lo Presti poi fece seguito come amministratore rappresentante Giuseppe Giammarinaro, anche lui molto vicino ai Salvo. Bene, questa richiesta nei primi del ’76 non fu mai dotata di parere favorevole e non ebbe mai finché rimase Piersanti Mattarella all’Assessorato al bilancio, quindi per altri due anni e più e poi Presidente della Regione per altri due anni, non ebbe mai esito positivo. Per quel che so poi ebbe un parere favorevole a fine del 1980, dopo quasi un anno dell’omicidio di Piersanti e poi fu bloccato dall’intervento della banca d’Italia….Vorrei aggiungere, Presidente, una cosa connessa ma che dà una spiegazione ulteriore, spero almeno. Piersanti Mattarella ecco, lui… Il suo gruppo, quello moroteo, che era questo piccolo gruppo, qualche volta anche con un, secondo alcuni, eccesso di ostentazione manifestava come titolo di vanto una sorta di “diversità” nella Democrazia Cristiana” pur sentendosi profondamente democristiano. Manifestavano una sorta di… Come un titolo di vanto quella di rapporti non soltanto politici ma anche elettorali e di frequentazioni personali con persone di un ambiente circoscritto motivate e assolutamente ineccepibili. Questo veniva ostentato e dava anche qualche fastidio dentro la Democrazia cristiana dove talvolta, vorrei dire spesso, venivano visti i morotei come una sorta di setta, con qualche diffidenza, con fastidio non sempre dissimulato. Ora questo atteggiamento urtava, questa ostentata, questo… vanto di quell’atteggiamento di diversità di stile di metodo e di impegno politico, urtava contro… Perché la diffidenza! Perché urtava contro una sorta di assioma quasi di regola che le correnti D.C. di maggioranza siciliane volevano fosse affermata che era l’espressione: “Siamo tutti uguali perché tutti democristiani”. Nei confronti di chi manifestava una diversità vi era una diffidenza piuttosto forte”. I protagonisti di questa storia sono finiti quasi tutti male. Ignazio Lo Presi per primo, imprenditore edile, socio di Giammarinaro, tra le sue mani la speculazione edilizia nella zona di Scopello, poi fu inghiottito dalla lupara bianca. Lo Presti era imparentato con gli esattori Salvo, nel frattempo si prendeva cura di organizzare viaggi e cene per i mafiosi. Nino Salvo e suo cugino Ignazio finirono imputati nel maxi processo, Nino morì di tumore, Ignazio fu assassinato in quel terribile 1992, segnato dalle stragi e dai delitti ordinati dal Totò Riina, a cominciare da quello di Salvo Lima. Giammarinaro nel corso della sua unica legislatura all’Ars dovette darsi latitante, per poi essere assolto dalle accuse di mafia, grazie alle norme nel frattempo introdotte del “giusto processo”, ossia quando il legislatore decise che i soli verbali di accusa non servivano a nulla se i pentiti non fossero venuti a ripeterle nel corso dei processi. Finì però sorvegliato speciale, circostanza questa che non gli impediva di ricevere nella sua villa di Salemi il Governatore Cuffaro e altri potenti politici. Da sorvegliato speciale sfiorò nel 2001 la rielezione all’Ars, con la lista del partito del Biancofiore una costola dell’Udc cuffariana. Oggi Giammarinaro resta dietro le quinte della politica, ha voluto sindaco di Salemi il critico d’arte Vittorio Sgarbi, ha tessuto l’elezione al Parlamento regionale sempre per l’Udc dell’ex presidente dell’Ordine dei Medici, Pio Lo Giudice. Giammarinaro e il suo impegno in politica continua a non destare scandali. Pare ci abbia provato a solleticare un po’ le coscienze il fotografo ed ex assessore di Salemi, Oliviero Toscani, che ha raccontato come Giammarinaro resta il deus ex machina dell’amministrazione comunale e per questa ragione ha deciso di lasciare la Giunta e giorni or sono è stato sentito dai magistrati antimafia di Palermo. Ma è di quesi giorni la notizia che forse potrebbe rientrare in Giunta con Sgarbi, proprio mentre l’on. Lo Giudice con un comunicato stampa si scaglia contro l’antimafia, come pare piaccia all’on. Giammarinaro.