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Il 3 ottobre giornalisti in piazza contro le censure e l'arroganza del potere

di Giacomo Di Girolamo

Il mondo va all’incontrario. Lo cantava Paolo Rossi, qualche anno fa. Era un sogno, il suo, di una Milano dove ad un certo punto “erano i piccioni a fotografare i giapponesi”, e via dicendo.
Allo stesso modo, sabato 3 Ottobre a Roma, scendono in piazza i giornali. Che uno si aspetterebbe in edicola, o on line, o via etere. E invece se li trova per strada. Si materializzano con i volti e le gambe di cento, mille, cronisti per lanciare un grido d’allarme sulla libertà di informazione nel nostro Paese.
Non siamo in dittatura, è vero. Ma ne viviamo per certi aspetti la sostanza. E’ per questo che nasce la manifestazione di sabato 3 Ottobre.
L’errore di prospettiva che si fa – nel dibattito in corso sulla libertà di informazione – è di guardare tutto nell’ottica dello scontro in atto tra il gruppo de La Repubblica e il Presidente del Consiglio. Uno scontro durissimo, che in sé nasconde tutte le ambiguità del potere quando non può o non sa rispondere a domande troppo difficili.

Ma tutta la vicenda nata dal caso Noemi è solo il vertice del problema.
Repubblica può scrivere ogni giorno quello che vuole, e non rischia di chiudere. Ma ci sono centinaia di testate grandi e piccole in Italia, che rappresentano l’informazione quotidiana, locale, prossima, che invece sono davvero in difficoltà. E proprio per questo non sono libere.
Per un rapporto malato con il potere politico, per cui non esistono testate che non ricevano contributi pubblici. Per le querele che si ricevono un giorno si e un giorno no (e anche se si vincono, le cause, alle redazioni costano: tensione, tempo, denaro). Per la mancanza di forze, di strumenti di sviluppo, risorse, assorbite totalmente dai grandi gruppi (e tra questi con una posizione stradominante c’è gruppo del Presidente del Consiglio, e non per principi di libero mercato). Sono mille i motivi per cui la stampa in Italia non è davvero pienamente libera. Santoro continua a fare il suo programma, perché su di lui i riflettori sono comunque accesi. Ma a Report hanno levato la copertura legale, come a Travaglio.  E per un Saviano che vende milioni di copie ci sono tanti altri cronisti, narratori, testimoni che non sono messi nelle condizioni di parlare.
“Il fatto” il nuovo giornale di Padellaro in tutta la Sicilia esce solamente a Palermo e a Catania. Perché, per il resto dell’isola (circa 4 milioni di persone, me compreso) non ce la fa con la distribuzione.
Il giornalista che è nostro punto di riferimento per tutto ciò che riguarda le inchieste sulla mafia nel territorio, Rino Giacalone, domani deve comparire davanti al Tribunale perché il Sindaco di Trapani gli ha chiesto 50.000 euro di risarcimento per un suo articolo.
Potrei continuare. Berlusconi non è solo la punta (e gran parte del tronco) dell’iceberg. E’ il tappo del sistema, il modello che tutti prendono per riferimento.
Se il Presidente del Consiglio si sente legittimato a chiedere i danni a chi gli porge delle domande, l’ultimo dei peones si sentirà autorizzato (e magari penserà anche di essere ganzo) a fare altrettanto. Parli male di me? E io ti porto in Tribunale. Mi chiedi cose che non so? E io ti denuncio.
Davvero, fare informazione diventa una battaglia di resistenza.
Tante volte  incontro politici, imprenditori, potenti, che mi guardano dall’alto verso il basso e sembrano dirmi: “Tanto non puoi fermarmi”.  Lo so, lo sappiamo.  Ma anche se non possiamo fermarvi, possiamo mostrare a tutti quello che fate. Siete troppo forti. Il mondo è vostro.  Ma quello che noi ci limitiamo a fare è mostrarvi al mondo, segnarvi con la vernice. Marchiarvi. Non farvi nascondere. Mostrare al mondo quello che siete. Così che nessuno possa dire che non sapeva, che non ha visto.
Questo è il nostro compito. Per questo ha un senso la manifestazione del 3 Ottobre. Per ribadire una missione, difendere un ruolo.
Per dire che magari, si, l’informazione libera non esiste. Ma, almeno, esigiamo un po’ di rispetto.[ad#co-9]