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Il questore di Trapani Gualtieri: "Ci sono professionisti della malafede"

di Rino Giacalone

dal quotidiano La Sicilia

Per non parlare di mafia, spesso si sente discutere di antimafia e di «professionismo» dell’antimafia. Quasi fosse diventato l’antimafia «il problema»; tanto non lo è nemmeno più il «traffico», come nel film «Johnny Stecchino» Roberto Benigni faceva dire citando «a disonore» – sempre per non far parlare di mafia – l’«Etna» e la «siccità» ad un avvocato «colluso». In quel film, in modo sarcastico, quelle erano le «piaghe» che offendevano le bellezze naturali di Palermo e della Sicilia, ma mai la mafia. A Trapani, dove il traffico non scherza affatto, sembra essere diventata l’«antimafia» la questione sulla e contro la quale ci si riscalda di più, e ciò a dispetto dei nuovi «affari» scoperti nella Cosa Nostra sommersa. Basta un niente ed ecco che si sente dire, male, più dei «professionisti dell’antimafia» che del super boss latitante Matteo Messina Denaro. Per il questore Giuseppe Gualtieri sono altri i «professionisti».
A Trapani nel 1985, mentre il tritolo piazzato dai mafiosi a Pizzolungo per uccidere il giudice Carlo Palermo, faceva strazio di Barbara Rizzo Asta e dei suoi due gemellini, si diceva che la mafia non esisteva, oggi si dice che la mafia è sconfitta; ieri come oggi si sostiene la stessa cosa, la mafia non c’è. Lei che ne pensa?
«Diciamo intanto che chi diceva che la mafia non esisteva probabilmente aveva un suo tornaconto politico e poi, di conseguenza, economico; oggi la categoria di chi dice che la mafia è sconfitta è molto più eterogenea, c’è chi lo dice con orgoglio e con grande buonafede, e c’è chi invece chi lo dice perchè ha convienza a spostare l’attenzione dal problema mafia dirottandola verso altri reati e problematiche sociali, con il conseguente abbassamento della guardia nei confronti della lotta alla mafia e ottenendo anche maggior libertà. Io direi, e sono ottimista, i molti sono in buona fede, i pochi, magari perchè attrezzati, molto più “professionisti” nel sostenere questa tesi, sono in malafede».
Mafia e impresa, binomio inscindibile.
«La situazione a Trapani la conosciamo. Non è che gli imprenditori trapanesi non hanno avuto buona volontà, il problema è che la mafia trapanese ha avuto la sua vita e ha la sua vita, nella dinamica dell’impresa, quindi è molto più difficile fare marcia indietro. È molto più facile, nel palermitano, laddove da una parte c’è l’imprenditore e dall’altra parte c’è il mafioso che fa l’estorsione e quindi li ci vuole un semplice coraggio, si, ci vuole una semplice presa di posizione culturale, si, ma comunque stiamo parliamo di persone che stanno su fronti opposti. Nel Trapanese il coraggio che ci vuole non è semplice e deve essere molto più grande, quindi io guarderei con grande benevolenza a questi tentativi degli imprenditori che magari dall’esterno appaiono timidi, ma questo lo può ritenere chi sottovaluta la mafia trapanese, sono invece timidi tentativi che devono avere il nostro plauso, c’è già il nostro di investigatori ma per esempio ci vuole anche il vostro, della stampa, perchè sono tentativi fatti in un ambiente in cui fare l’imprenditore e lottare la mafia è molto più difficile che nel Palermitano».
Montagna dei Cavalli, Corleone, 11 aprile 2006. Il giorno della cattura di Provenzano. C’era lei a guidare da Capo della Mobile di Palermo quella ricerca finita bene. Tre anni dopo cosa ci dice?
«La cattura di Provenzano ha fatto capire a tutti, investigatori, magistrati, opinione pubblica che non esiste la cattura impossibile e che la mafia è un insieme di delinquenti che può essere combattuto e vinto con i normali mezzi che ha lo Stato».

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