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Mafia/Lo Bello: «Libero Grassi oggi non sarebbe morto»

Pubblichiamo l’intervista che il presidente degli industriali siciliani Ivan Lo Bello ha rilasciato al quotidiano l’Unità. L’intervista è stata realizzata da Ninni Andriolo.

«Oggi Libero Grassi sarebbe uno degli esponenti di maggior rilievo del sistema confindustriale, come Conticello, Vecchio, Catanzaro, gli imprenditori che hanno denunciato il pizzo. All’epoca, invece, era un uomo solo…». Per spiegare «l’inversione di rotta» di questi mesi Ivan Lo Bello parte dal 29 agosto 1991, dall’omicidio palermitano dell’imprenditore tessile che divenne il simbolo della lotta antiracket. «Oggi – spiega – Libero non sarebbe isolato e non morirebbe».
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«Sono passati 17 anni e da allora la nostra associazione si è trasformata profondamente – spiega il leader degli imprenditori siciliani – Oggi Libero non morirebbe, oggi la mafia non avrebbe né la forza, né il sostegno tacito e sostanziale che ebbe allora per ucciderlo. Quel delitto fu possibile grazie all’indifferenza e dell’isolamento cui Libero era stato condannato…».

Cosa è cambiato da allora nell’imprenditoria siciliana?

«Oggi chi denuncia il pizzo non rimane isolato. Chi ci mette la faccia sono innanzitutto i presidenti delle associazioni industriali provinciali che non si girano dall’altra parte. Si schierano in prima fila per supportare o indicare come esempi virtuosi coloro che denunciano».

Il segno della «rivoluzione culturale» di cui parla il leader degli imprenditori siciliani è rappresentato dai quaranta espulsi dei giorni scorsi. Provvedimenti coerenti con il «codice etico» che punta ad allontanare dall’imprenditoria siciliana l’immagine ambigua del passato e le connivenze che permangono.

Ivanhoe, Ivan, Lo Bello, 44 anni, è il discendente di una nota famiglia di imprenditori siciliani. «Io e i miei colleghi esprimiamo i mutamenti strutturali che si sono verificati nell’isola – spiega – Nell’imprenditoria si è prodotto un cambiamento profondo…»

Come sono cambiate le vostre aziende?

«Se un’impresa lega il proprio successo alla capacità di tessere rapporti con la burocrazia e con la politica è più esposta alle attenzioni della mafia. Oggi, però, è sempre meno così. In Sicilia, infatti, sono cresciuti imprenditori giovani che hanno il problema di capire cosa faranno i loro concorrenti cinesi o indiani. E c’è gente che va all’estero, e ci va spesso, e che soffre a sentirsi dire che i siciliani sono tutti mafiosi. Quella di adesso, tra l’altro, non è più la Sicilia delle grandi commesse pubbliche, ma l’isola di tante piccole imprese che si scommettono sul mercato e che non possono concepirsi dentro un territorio dove per forza di cose si deve pagare il pizzo».

Un fatto di ricambio generazionale, anche…

«In Sicilia sta nascendo una nuova cultura imprenditoriale che va di pari passo al ricambio generazionale. Il presidente degli industriali di Agrigento ha la mia età, quello di Messina poco meno di 50 anni ed è un quarantenne anche quello di Ragusa. Abbiamo potuto godere di esperienze diverse da quelle dei nostri padri e dei nostri nonni».

Decine di imprenditori espulsi perché non rispettavano il Codice etico dell’Associazione. Può spiegarci meglio?

«Un anno fa gli associati che denunciavano il racket erano tre o quattro. Oggi sono più di sessanta, con punte importanti nella provincia di Agrigento e di Caltanissetta».

A Palermo, invece?

«Palermo è un po’ indietro, ma anche lì si comincia a respirare un clima nuovo che potrà dare nuovi frutti».

Quali settori imprenditoriali denunciano di più il racket?

«Non c’è un settore predominante. Ci sono quelli tradizionali, come l’edilizia. Ma non solo».

Come siete giunti alle espulsioni?

«Il numero deve essere scomposto. Comprende, intanto, una decina di allontanamenti (il termine espulsioni non mi piace, anche se tecnicamente di questo si tratta). Sono le Associazioni territoriali che dicono “non puoi rimanere con noi”. Si tratta di realtà che non hanno denunciato il pizzo o che hanno vissuto vicende di connivenza vera e propria con la mafia. Realtà che hanno minato il nostro codice etico».

Le Associazioni provinciali portano avanti le istruttorie?

«Le notizie vengono dalle inchieste. Molte associazioni chiedono agli associati i certificati antimafia, ma le forme di collusione spesso non sono verificabili attraverso questi documenti. Le fonti, quindi, sono le indagini giudiziarie, i provvedimenti cautelari, i processi in corso. Se un imprenditore non denuncia viene deferito ai probiviri e allontanato».

Una decina di imprenditori allontanati e gli altri?

«Una decina di aziende si sono dimesse spontaneamente prima che intervenissero i nostri provvedimenti. Altre trenta risultano allo stato sospese dall’attività confindustriale. Nei loro confronti sono in corso le procedure presso i probiviri, o perché non hanno denunciato il pizzo, o perché sono risultate conniventi con la mafia. C’è da dire che un imprenditore che non convinciamo a denunciare il racket, per noi rappresenta una sconfitta. Il nostro obiettivo è persuadere il numero maggiore possibile di chi subisce le estorsioni».

E questo non ha provocato una contrazione degli iscritti a Confindustria?

«No. A fronte di imprese che si sono allontanate, altre ne sono arrivate. Ad Agrigento, ad esempio, nell’ultimo anno abbiamo contato una cinquantina di nuove adesioni. Il saldo è positivo. Molti vedono nell’Associazione un deterrente nei confronti di chi chiede il pizzo».

Quanti sono gli iscritti a Confindustria Sicilia?

«Circa quattromila. Mi rendo conto che i 64 che collaborano con le forze dell’ordine e con la magistratura possono sembrare poca cosa. Ma il dato va giudicato alla luce della complessità siciliana. Non tutta la Sicilia subisce lo stesso tipo di pressione mafiosa. Sessantaquattro imprenditori che collaborano sono una realtà in costante crescita».

Cosa li spinge a collaborare con lo Stato?

«La grande capacità di magistratura e forze dell’ordine di individuare e colpire i fatti estortivi. Io sono prudente, attento a non enfatizzare i dati. Allo stesso tempo, però, metto in risalto le novità che ci sono. Siamo oggettivamente all’inizio del percorso, le denunce sono ancora poche rispetto alla massa degli imprenditori, che, in tanti settori, continuano a pagare. Ci sono forti novità, però. La prima è costituita dallo Stato che riconquista il territorio dopo molti anni».

E la società siciliana?

«C’è un risveglio. Basti pensare ai ragazzi di “addio pizzo” o di “Libero futuro” a Palermo . O alle associazioni anti racket tradizionali. La nostra iniziativa, poi, ha portato altre categorie a seguirci sullo stesso terreno. Pagare il pizzo era prima tollerato, un male necessario che lasciava indifferente la maggior parte della società siciliana. Oggi pezzi crescenti di essa attribuiscono un fortissimo disvalore sociale ad un certo tipo di comportamento».

Una rivoluzione culturale, in sostanza…

«Esatto. Anche le banche hanno cambiato atteggiamento. Perché l’imprenditore che non denuncia, e finisce denunciato per favoreggiamento, viene guardato con diffidenza da chi deve finanziare la sua attività economica, o da chi deve comprare i suoi prodotti. Certo ci sono quelli che nei quartieri mafiosi denunciano e vengono isolati. Ma c’è una compensazione complessiva del fenomeno. E c’è un danno reputazionale che si vuole evitare. Ecco perché è possibile sperare in un flusso di denunce ancora più consistente».

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