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Fondazione Chinnici: a Palermo il racket ha un fatturato di 175 milioni

Il pizzo in Sicilia è una piaga diffusa. Purulenta al punto da generare per le cosche un gettito, per così dire, che solo a Palermo può essere calcolato in 175 milioni di euro. Un versamento a carico di piccole e grandi imprese: dai negozianti agli albergatori ai costruttori edili. La cravatta criminale, mediamente, si stringe al collo delle aziende sane con l’imposizione di un pagamento di 827 euro al mese. Ma la richiesta spesso è più alta. Anzi, si adatta alle circostanze e alle condizioni economiche della vittima. Pertanto, si va dal minimo di 60 euro al mese imposto ai venditori ambulanti al massimo di 17 mila euro mensili, nel caso dell’estorsione per lavori autostradali. A far luce sulla ricaduta economica delle attività di Cosa nostra, ha pensato la fondazione Rocco Chinnici che, con la collaborazione dell’università degli studi e dell’associazione degli industriali di Palermo e col sostegno della Compagnia di San Paolo, ha promosso uno studio su “I costi dell’illegalità”. L’indagine è la prima sul tema svolta con metodo scientifico. Coordinata dal professor Antonio La Spina, sociologo nell’ateneo palermitano, ha preso le mosse nel settembre 2006 ed è giunta ora alle conclusioni della prima fase. Dati ed elaborazioni sono stati illustrati stamani a Palermo durante il meeting del comitato tecnico-scientifico della fondazione. Assieme a Giovanni e Caterina Chinnici, figli del giudice morto per mano mafiosa il 29 luglio 1983, e al generale delle Fiamme gialle Antonio Rametta, presidente della fondazione, sono intervenuti Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia; Francesco Messineo, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palermo; il generale Cosimo Sasso, direttore della Dia (la Direzione investigativa antimafia) ed Ernesto Ugo Savona, ordinario di criminologia nella Cattolica di Milano e direttore di Transcrime, il centro di ricerca sulla criminalità transnazionale, della Cattolica e dell’ateneo di Trento.
Dallo studio, informa la fondazione, è venuto fuori un quadro inedito, messo a punto col contributo di una decina di analisti di vari centri di ricerca e grazie alla consulenza di superesperti. Il team degli studiosi comprende: Adam Asmundo, Mario Lavezzi, Vincenzo Militello, Rodolfo Signorino, Salvo Caradonna, Caterina Licata, Maurizio Lisciandra, Attilio Scaglione, Licia Siracusa e Chiara Talamo. Quanto all’indagine, s’incentra su più di quaranta interviste a figure-chiave. Sono state fatte a esponenti della magistratura inquirente e giudicante dei distretti di corte d’appello di Palermo, Catania, Messina e Caltanissetta; ai giudici dei tribunali di Messina, Trapani, Gela e Siracusa e a rappresentanti della Dia di Palermo e Trapani. Sono stati anche passati al setaccio oltre 130 atti giudiziari (richieste di misura cautelare, ordinanze di custodia cautelare, sentenze di primo e secondo grado) adottati in oltre un quindicennio, ed è stato analizzato un campione di 1.602 imprese siciliane finite in vario modo, tra il 1990 e il 2007, sotto la lente dei palazzi di giustizia.
Così, è emerso che chi paga meno agli esattori delle cosche sono i dettaglianti del commercio, che versano in media 457 euro al mese. Per i commercianti all’ingrosso la cifra sale a 508 euro al mese. Più su nella piramide del pizzo si trovano alberghi e ristoranti, che solitamente erogano 578 euro al mese. Il top, nella spesso tragica hit parade del racket, spetta al settore delle costruzioni, che ai cravattari paga una percentuale commisurata all’importo dell’appalto ma che s’attesta, in media, tra il 2 e il 4%. In cifre, un obolo alle cosche pari, più o meno, a 2.534 euro al mese. A proposito di costruzioni, la ricerca calcola che il condizionamento mafioso si traduce in media, per le società edilizie, in un ricarico sui costi maggiorato di sei punti. Una percentuale che si riversa, a cascata, sull’economia e la società, vanificando i vantaggi potenziali del libero mercato.
In materia di costi economici e sociali, lo studio fa notare pure che sono conseguenza della violazione di norme penali, che determina effetti devastanti: inquinamento dei circuiti finanziari, economia sommersa, alterazione della concorrenza, talora il vero e proprio monopolio delle cosche. Contro le attività criminali si è intervenuto in questi anni anche col sequestro e la confisca dei beni. Sul punto, la ricerca rende noto che, al 31 gennaio, tali misure hanno riguardato in prevalenza beni immobili (53,6%) mentre beni mobili e titoli sono stati oggetto di pronuncia giudiziaria, rispettivamente, per il 22,7% e il 23,7%. I beni sottoposti a confisca con provvedimento datato 2002-2006, risultavano essere, al 31 gennaio, 6.361. Alla stessa data quelli definitivamente confiscati erano 1.840, cioè il 12,7% dei 14.511 per i quali il provvedimento è stato assunto.
Tra le proposte che lo studio avanza, da segnalare quella sull’elevato contenuto di tecnologia che i bandi di gara del settore delle costruzioni dovrebbero richiedere, quale condizione per partecipare alle competizioni per gli appalti. Sarebbe un modo, si rimarca, per lasciare ai margini clan e imprese affiliate, generalmente insufficientemente preparati nel campo dell’alta tecnologia. Ma è sollecitata pure la definizione dei contorni della fattispecie penale del “concorso esterno in associazione mafiosa”. Perché, si puntualizza, occorre mettere meglio a fuoco le prove concrete della contiguità con Cosa nostra. Al meeting ha preso parte lo stato maggiore di Confindustria, con rappresentanti locali e nazionali: il vicepresidente Ettore Artioli; Alberto Tazzetti, presidente dell’Unione industriali di Torino e Antonino Salerno, numero uno di Confindustria Palermo

www.fondazionechinnici.it

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