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Mafia/ Quei professionisti al servizio di Cosa nostra (prima parte)

"Capire quanti professionisti negli ultimi anni sono stati coinvolti in inchieste di mafia, quanti sono i collusi scoperti? Basta consultare il Dea dell'Ansa per rendersene conto". A parlare è il capo della Direzione nazionale antimafia Pietro Grasso bloccato per un istante nel corridoio  al secondo piano del Palazzo di giustizia di Palermo a margine di uno dei tanti convegni sulla mafia.

L'espressione sorniona dell'ex procuratore di Palermo mette quasi in imbarazzo. La domanda è fuori luogo? Non è appropriata? No, esattamente il contrario. La domanda ha una sua giustificazione ma non esiste una banca dati dei professionisti arrestati per associazione mafiosa o favoreggiamento a Cosa nostra. Esistono tante, tantissime inchieste: migliaia di rivoli, di dichiarzioni dei pentiti, di intercettazioni, di fermi e di confessioni, che alimentano il pantano delle collusioni diventato ormai un mare melmoso. Così ciò che un tempo poteva sembrare solo un'ipotesi, un'interpretazione ideologica sull'esistenza della borghesia mafiosa, oggi è una certezza, quasi un'ovvietà: la borghesia mafiosa esiste.
Imprenditori, architetti, avvocati, commercialisti, ingegneri, ragionieri e geometri. E soprattutto medici, tanti medici. Tutti arruolati alla causa di Cosa nostra a sostegno degli affari delle cosche: quelli legali (appalti, autorizzazioni se necessarie, cure mediche si veda la gestione della clinica Villa Teresa di Bagheria dell'ingegnere Aiello) e quelli illegali (riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di droga, dalle estorsioni). Ma soprattutto esponenti di una nuova classe dirigente mafiosa, pronta in silenzio e senza spargimenti di sangue a prendere il posto dei vecchi sanguinari e analfabeti capi della mafia in Sicilia come altrove: in Calabria, in Campania, in Puglia. Professionisti saldamente insediati anche nelle regioni ricche, quelle che contano sotto il profilo del potere economico e politico: in Lombardia, in Veneto, in Liguria, in Piemonte. Ed è con questa nuova geografia mafiosa che si confrontano i magistrati, sapendo che è quella la nuova frontiera: il terzo livello, quello delle coperture politiche e istituzionali, quello dei ruoli chiave nella società, potrebbe essere diventato il primo. "Cosa nostra – dice Grasso – non è solo un gruppo organico militare, ma è coperta e favorita da un sistema. Le indagini su Provenzano hanno messo in luce questo sistema che copre la mafia, che non vuole che Cosa nostra sia sconfitta perché ne trae vantaggio".