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Mafia e Appalti, parte prima

ROMA. Il testo che pubblichiamo sotto è un estratto dell'audizione di Pietro Grasso, oggi capo della Direzione nazionale antimafia, di fronte alla Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. E' una ricostruzione significativa di come Cosa nostra si inserisca oggi nel sistema degli appalti pubblici. Nei prossimi giorni pubblicheremo le altre puntate.

Il livello di infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici riguarda, in generale, tutti gli appalti. Ovviamente, essendovi dei bandi di gara anche per la gestione dei rifiuti, questo settore non fa certamente eccezione. Attualmente siamo in presenza di un certo sistema che vige per gli appalti: vi è una sorta di accordo – non saprei come meglio definirlo – tra imprenditoria, mafia e politica-pubblica amministrazione. Il fulcro di questo sistema è l'imprenditore, unica figura in grado di deviare finanziamenti pubblici verso attività illegali; senza l'accordo dell'imprenditore, infatti, sarebbe impossibile far girare l'intero sistema. Sappiamo che oggi le imprese devono pagare un 2-3 per cento alla mafia per la cosiddetta «messa a posto». Qualsiasi attività che viene compiuta sul territorio esige il pagamento di questa tangente. Anche nell'ambito della procedura di aggiudicazione degli appalti vige un sistema: vi è una sorta di cordata tra imprenditori, che «gestiscono» le varie offerte decidendo di fatto chi deve aggiudicarsi l'appalto. Sotto questo profilo, pur non avendo potuto ancora provare una gestione centralizzata, così com'era stato accertato ai tempi del collaboratore di giustizia Angelo Siino – il famoso «tavolino degli appalti» -, abbiamo comunque la prova di un'ingerenza della mafia nella gestione degli appalti. Quando sequestriamo i famosi «pizzini» a Provenzano, tra questi troviamo la raccomandazione per far aggiudicare la gara ad una certa impresa. È evidente che l'impresa raccomandata mostrerà successivamente gratitudine, e comunque dovrà pagare. Il problema è che l'impresa non si lamenta di questo sistema, in quanto già deve essere grata per aver vinto l'appalto. Assistiamo, dunque, ad un capovolgimento del sistema. In un mercato aperto, regolato dalla libera concorrenza, il discorso assume connotazioni ben diverse. Dove invece vige un monopolio o un oligopolio da parte di cordate di imprenditori, che cercano di trarre un vantaggio dal sistema stesso, si ha la sostanziale esclusione di parte dell'imprenditoria, costretta o a subire o, se riesce ad ottenere qualche appalto, comunque a pagare il prezzo della tangente o a chiudere o a trasferirsi altrove. Gli imprenditori che decidono di rimanere, in genere, cercano di tramutare questo sistema in un utile per l'impresa stessa. Procedendo di questo passo, le imprese diventano man mano delle scatole vuote in mano agli imprenditori: la progressiva infiltrazione dei mafiosi, infatti, attraverso l'investimento di capitali nell'impresa, fa sì che gli imprenditori vengano ridotti al rango di meri prestanome. Ci sono anche imprese che si prestano a false fatturazioni per poter gestire il pagamento in nero delle tangenti, o imprese che, pur non essendo mafiose, assumono una posizione di leader nella cordata degli imprenditori, garantendo il buon esito del funzionamento del sistema.