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Esce il libro “Il Mutamento: le mafie hanno davvero cambiato pelle?”

Ha ragione il vicequestore Daniele Manganaro quando dice che bisogna andare sui Nebrodi per comprendere il mutamento della mafia. E ha ragione perché lì, sui Nebrodi, grazie alla manna dei fondi pubblici destinati all’agricoltura la mafia è diventata sempre più sfuggente e per di più sempre più integrata nei sistemi tutelati dai colletti bianchi. E’ un caso da studiare e approfondire perché spesso i cittadini, in buona fede, rispondono: ma questa che mafia è? Certo questa non è una novità e dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, che ha ragione Umberto Santino, sociologo e instancabile animatore del centro Peppino Impastato, quando dice che c’è stata «Innovazione nella tradizione».

Il mutamento, se c’è stato, delle mafie per quel che se ne può sapere si inserisce nella tradizione delle mafie di adeguarsi al business del momento, grazie alle famose alleanze nell’ombra di cui ha abbondantemente parlato il sociologo Rocco Sciarrone. E dunque? Si è parlato tanto dell’eredità di Giovanni Falcone, delle sue inchieste, dell’approccio che il grande magistrato ucciso a a Capaci aveva.  Ma ci si è dimenticati della concretezza. I teorici della grande mafia universale raccontano di una mafia finanziaria e mercatista, come fosse il grande Moloch. Ma alla prova dei fatti vediamo che grandi inchieste sul tema ve ne sono veramente poche.  Sono queste le riflessioni contenute nel libro (ebook e versione cartacea) pubblicato su Amazon “Il Mutamento: le mafie hanno davvero cambiato pelle?” scritto da me: un libro che raccoglie una serie di riflessioni fatte nel tempo a distanza di dieci anni dalla pubblicazione del mio libro sulla zona grigia (“La zona grigia professionisti al servizio della mafia”).

Un ebook che prova a dare piccole risposte con le voci di chi ogni giorno si confronta con questi problemi: investigatori, magistrati, studiosi del diritto. C’è ovviamente una chiave di lettura precisa: la mafia ha cambiato pelle ma non abbiamo tutti gli strumenti per comprendere quale sia il nuovo vestito di Cosa nostra. E forse, in un nuovo approccio diciamo così culturale che i boss hanno assunto negli ultimi anni,  persino  il 416 bis, l’articolo del codice penale che tanti frutti ha dato, rischia di rivelarsi inadeguato. Si prenda l’inchiesta su Mafia capitale o altre inchieste nel Nord del Paese. Il punto è quello della riserva di violenza, la minaccia incombente ma spesso la mafia la si ritrova a valle dei reati spia: bancarotte, miserabili fatti di corruzione o importanti giri di mazzette, reti tra professionisti di varia natura dedite ad affari apparentemente leciti. E poi c’è la mondializzazione, un vorticoso giro di denaro coperto da forme varie, da strumenti finanziari con azioni al portatore che non ci consentono di capire chi sta dietro certi strani fondi di investimento che si affacciano nel nostro paese per fare affari.  Esempio ne esistono parecchi e forse tra qualche anno la verità giudiziaria ci consentirà di scrivere quello che c’è da scrivere. Se i magistrati inquirenti hanno spesso (frequentemente?) delegato ai loro colleghi delle misure di prevenzione la scoperta di questi affari, i grandi cronisti ormai sfarfallano in commenti pindarici. A che punto siamo?  E’ questa la questione. La mafia è sbarcata in Borsa, disse Falcone, ma da allora non siamo riusciti ad arrivare a un dato certo. Per arrivare a capire se, nella parte della nostra economia malata, c’è stata e continua a esserci un’infiltrazione profonda servono nuovi strumenti legislativi, che diano rilevanza a reati altrimenti derubricati a piccoli imbrogli di mediocri cialtroni.