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Mafia: cosa resta del metodo Falcone? Chiacchiere, distintivi e un sistema da cambiare

Ogni volta è una meraviglia. Non si capisce quanto vera, genuina. “La mafia ha cambiato pelle” dice questo o quel politico, questo o quel magistrato.  O addirittura, negli ultimi tempi, “La mafia è stata sconfitta”. Punto e basta. Anzi addirittura il problema è ora l’antimafia. Potrebbe essere un’idea sbarazzarci anche di quella. In fondo basta il sospetto o il racconto di qualche pentito per tenere aperto un  procedimento all’infinito. Chissà cosa ne avrebbe detto Giovanni Falcone che invece sulle regole del diritto e il rispetto delle regole non transigeva. Anche questo purtroppo manca: la cultura giuridica in fatto di mafia di Giovanni Falcone. Ma questo è un altro discorso.

Qui il tema è la grandeur delle forze criminali mondiali. Quelle che scatenano dosi di meraviglia: vero? E’ successo? I giornali sparano un bel titolone che dipende dalla carica ricoperta dal politico o dal magistrato che ha fatto la pomposissima dichiarazione ma senza considerare il vecchio detto siciliano che inchioda la superficialità e i superficiali: “Chiù ranni è a pinsata chiù rossa e a minchiata (Più grande è il pensiero o il ragionamento, più grossa sarà la sciocchezza detta)”. E a quel punto scatta la grande meraviglia. Così è nato e viene coltivato il mito della grande potenza universale delle mafie, globalizzate, strutturate, onnipotenti, onnipresenti. Cosa possibile, anzi probabile ma non ancora provabile, almeno come assunto universale.

Secondo certe affermazioni siamo di fronte alla grande Spectre di Cosa nostra anzi delle Cose nostre (soprattutto la ‘ndrangheta) in grado di rendere tutto possibile trasformando le pietre in oro. Che vi siano grandi capacità non vi è alcun dubbio, così come non vi è alcun dubbio che vi siano grandi complicità tra le imprese e i professionisti. Ma, andando a vedere la massa di rapporti annuali, il meraviglioso nulla ci assale e subentra la depressione. Perché della Spectre non c’è traccia, non c’è traccia di grandi inchieste sul riciclaggio internazionale, non c’è traccia di elementi che possano farci pensare all’esistenza, concreta, di una grande mafia internazionale. Siamo nel solco della tradizione, del già visto, con tecniche utilizzate dai mafiosi di casa nostra migliaia di altre volte. Non desta alcuna meraviglia, invece, la scarsa attitudine degli investigatori italiani ad approfondire alcuni temi, a mettere il naso in certi affari complessi. O forse non è nemmeno un problema di attitudine. Forse, anche per i cambiamenti normativi di questi anni, è proprio complicato, se non addirittura impossibile fare le indagini in alcuni settori, in alcuni ambienti. E’ proprio complicato dimostrare un nesso tra la mafia e la finanza e l’imprenditoria: una triangolazione che noi diamo per assodata, certa, sicura ma che alla prova dei fatti rischia di non reggere. Perché i magistrati, come è ovvio che sia, hanno bisogno di prove non di fantasie meravigliose.

zcvynplgpuw2geupp1cwuvfxfeor9tl2dkdiqcssbok-ninni_cassara__giovanni_falcone__rocco_chinniciOrmai c’è una vasta letteratura sul riciclaggio, sui Paesi regno della finanza off shore, sui paradisi fiscali. Ma in tutta questa vasta letteratura non si riesce a individuare il filo unico che porta alle mafie o meglio ci si riesce solo in casi eccezionali. Si potrebbe ben dire che  per comprendere il destino dei soldi mafiosi molto di più è stato fatto negli anni Novanta per comprendere. In un momento in cui l’insegnamento di Giovanni Falcone ma prima di lui di Chinnici era ancora fresco nella memoria di magistrati e inquirenti. In un momento in cui, forse, anche per rispondere alla violenza delle stragi si sentiva più forte il dovere di colpire i mafiosi nella “robba”. In linea teorica, oggi, sappiamo molto sui movimenti internazionali di denaro, sulla costruzione di società nei paradisi fiscali, ma poco sappiamo sulla reale presenza di queste società, di derivazione criminale, nell’economia reale, nei sistemi economici mondiali: che sia l’Italia o, per dire, l’Argentina, che so il Cile, la Spagna. Una stima, recente, riferita al “contributo” dato dai criminali alla soluzione della crisi delle banche mondiali dopo il 2008, è talmente di proporzioni enormi da apparire irreale. Eppure la fonte è autorevole trattandosi di Antonio Maria Costa, responsabile dell’ufficio Droga e crimine dell’Onu: perché non «non è la mafia a cercare la finanza, ma viceversa» sostiene qualche magistrato dell’antimafia. I casi certo non mancano. Anche se non sono italiani ma in tempi di finanza globalizzata è poco rilevante visto che i flussi si muovono comodamente da una parte all’altra del globo. In ogni caso i fatti sono tiranni: la Wachovia Bank tra il 2006 e il 2010 ha riciclato 380 miliardi di dollari del cartello messicano e nel 2014, approfittando della «procedura differita» offerta dal Tesoro Usa, gli amministratori della banca hanno evitato sanzioni impegnandosi a «non ricadere nel reato in futuro». Per la banca una multa di 160 milioni di dollari, solo il due per cento dei profitti annuali. Nel frattempo, si può immaginare, i 380 miliardi provenienti dal traffico internazionale di droga degli altri affari criminali del cartello di Sinaloa sono diventati limpidi come l’acqua alla fonte, pronti per essere riutilizzati per attività perfettamente legali. Certo quella massa di denaro fa veramente impressione è dunque colpisce l’immaginario collettivo.

E in Italia? Cosa succede nel nostro Paese? Finora nessuna banca è stata veramente colpita: il recente sequestro di una Bcc in provincia di Trapani ci rivela il bancomat della mafia non la cassaforte. O meglio: nessuna grande banca italiana e non di recente. Perché in verità, in Sicilia, le inchieste sulle grandi banche sono state fatte proprio da quei magistrati che poi la mafia ha fatto saltare in aria: ha cominciato Chinnici, hanno continuato poi Falcone, Borsellino. Abbiamo visto come è andata a finire. Ci sono santuari intoccabili in cui è stata celebrata la liturgia dell’arricchimento criminale in anni che ormai ci sembrano appartenere alla protostoria. E non se ne deve più parlare. Anche la legislazione del nostro paese., in qualche modo, ha provato a mettere una pietra sopra. E non parliamo solo di Sindona e di Calvi, non parliamo solo dei grandi scandali finanziari che hanno coinvolto pesantemente il Vaticano. Ci sono milioni di euro spariti nel nulla, evaporati. Possibile? No, affatto. Quei soldi ci sono ancora anzi hanno prodotto altri soldi, altri affari, altre iniziative.

In alcuni casi siamo riusciti a sapere qualcosa ma ancora non tutto o troppo poco. Si prenda la storia di Vito Roberto Palazzolo o se vogliamo Robert Van Palace Kolbatschenko, il suo nuovo nome acquisito in Sudafrica dove per anni ha continuato a fare affari e ad avere rapporti con imprenditori, capi di Stato, politici di vario genere. La storia di Palazzolo, ormai nota quasi nei minimi dettagli, potrebbe essere il paradigma della trasformazione del denaro mafioso: condannato a 9 anni a Palermo per i suoi rapporti con la mafia, Palazzolo è stato il tesoriere di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

I collaboratori di giustizia ci sono. Ci sono le procure distrettuali antimafia. Ci sono forze di polizia specializzate e centralizzate che riescono a mettere insieme tutti gli indizi che poi costituiscono le prove contro la mafia e c’è la direzione investigativa antimafia. Eppure, a 25 anni di distanza dalla strage che costò la vita a Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della sua scorta, qualcosa del “metodo-Falcone” e della sua grande intuizione (“Segui il denaro per trovare la mafia”) ancora non gira per il verso giusto e necessita di una messa a punto. Non è un caso che, nonostante sia ritenuto uno dei sistemi più avanzati di lotta alla criminalità organizzata, il sistema penale italiano mostri ormai segnali inequivocabili di inadeguatezza. Di certo c’è qualche problema legislativo. Ma questa non è la sola debolezza in un contesto in cui le organizzazioni criminali stanno provando a cambiare pelle e, in qualche caso, ci sono persino riuscite. Perché se è vero che la grande emergenza era e resta l’ala militare delle organizzazioni mafiose, capace con il suo carico di violenza di piegare interi territori, è anche vero che restano aperte alcune questioni su fronti che solo apparentemente hanno poco a che vedere con le mafie. Appare evidente, infatti, che soprattutto negli ultimi anni è stato costruito nel nostro Paese un nuovo paradigma criminale al cui interno la forza dell’intimidazione e il vincolo associativo, due elementi chiave dell’articolo 416 bis, non sempre emergono con chiarezza.

“Una domanda che ci dobbiamo fare – dice Piergiorgio Morosini, fino a qualche tempo fa Gip a Palermo e oggi al consiglio superiore della magistratura – è se la definizione di associazione per delinquere di stampo mafioso, confezionata nel 1982 e poi rimodulata sulla base di una serie di interventi legislativi, riesca ancora a fotografare integralmente la realtà delle cose. Sarei portato a pensare che il nucleo centrale di questa fattispecie, molto ancorato alla capacità intimidatoria che mette in discussione anche la sicurezza fisica di molti su certi territori, sia un requisito che non riesce a essere condiviso da tutte le realtà dove le associazioni criminali di stampo mafioso operano. Rischiamo di perderci una fetta di realtà, attraverso uno sguardo giudiziario dei fenomeni con l’angolo prospettico dell’originaria fattispecie del 416 bis, legata alla forza intimidatoria e al condizionamento ambientale”. Il cambio di passo è avvenuto ed è ormai sotto gli occhi di tutti. E non riguarda ovviamente solo la mafia siciliana: «Parlare, mantenendole separate, di ‘ndrangheta, Cosa nostra e camorra è assolutamente separato – ha spiegato al mensile Antimafiaduemila il pm Giuseppe Lombardo -. Loro vivono in un sistema criminale di tipo mafioso integrato, in cui le singole storiche organizzazioni mantengono le loro caratteristiche e soprattutto rimangono ancorate ai loro territori, ma sanno perfettamente che la loro vera forza è legata alla capacità di operare in maniera sinergica, attuando un programma criminale in grado di agevolare tutti. Già tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta la ‘ndrangheta diventa l’organizzazione criminale più capace di curare determinate relazioni e, soprattutto, di fornire anche armi ed esplosivi di vario tipo. Oggi quel percorso criminale è andato avanti seguendo una strada coerente, le mafie sono molto più organizzate di noi, sono assolutamente convinte di quello che fanno e quindi lo fanno molto meglio. La ‘ndrangheta in questo momento ha un potere tale, soprattutto economico, a livello mondiale, da poter acquistare chiunque e qualsiasi cosa».

C’è dunque un sistema informale, non dichiarato ma concreto e operativo in cui sono attive le convergenze di interessi tra le varie mafie e tra le mafie e pezzi marci del sistema economico e politico che torna utile soprattutto per lucrare sui fondi pubblici: «In uno studio – ha spiegato in un suo intervento a Palermo il direttore di Banca d’Italia Salvatore Rossi – dedicato a investigare l’influenza della criminalità organizzata, per via corruttiva, sulla allocazione degli incentivi pubblici alle imprese offerti dalla Legge 488/92. Classificando i vari comuni italiani per presenza criminale, rilevando i reati ex articolo 416 bis del Codice penale (associazione a delinquere di stampo mafioso) e i casi di scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazione della criminalità organizzata si trova che a parità di altre condizioni, più criminalità è presente e più incentivi pubblici arrivano: non per maggior merito delle imprese riceventi, ma per cattive decisioni pubbliche, presumibilmente orientate da fenomeni corruttivi».

Ed è, questo, solo un aspetto di un panorama più ampio in cui hanno un ruolo notevole le reti criminali cui appartengono anche soggetti che apparentemente, ma solo apparentemente, stanno nella legalità. Soggetti che spesso ricoprono ruoli di vertice e mantengono relazioni importanti, anche istituzionali. Un esempio lo fa ancora Lombardo, riferendosi evidentemente alla ‘ndrangheta: «C’è un momento ben preciso in cui tu capisci di aver capito. Soprattutto, capisci che loro hanno capito che tu hai capito – spiega Lombardo -. A Reggio Calabria è successo per quanto riguarda il mio lavoro tra il 2009 e il 2010. Quando ho cominciato a mettere insieme i pezzi loro mi hanno fatto sapere che sapevano con una puntualità imbarazzante cosa stavo facendo. E’ proprio questa la prova definitiva di quello che ci stiamo dicendo. Quando abbiamo iniziato a cambiare impostazione al nostro lavoro e abbiamo detto che eravamo ormai consapevoli che accanto alla parte visibile di questo sistema criminale, che doveva servire a proteggere la parte riservata, vi era altro, di più alto profilo, quella parte che conta davvero, allora si sono preoccupati seriamente. Questo linguaggio ci ha consentito di capire che esisteva una parte ulteriore che la ‘Ndrangheta definisce “invisibile”, una parte riservata, occulta, in cui i soggetti che ne fanno parte non sono investiti di cariche organiche alla struttura criminale, perché ciò comporterebbe la perdita dell’invisibilità. Per scongiurare il rischio che tale componente venisse conosciuta dalla base hanno creato una serie di cariche speciali, a favore proprio di quei soggetti che sono la vera mente dell’organizzazione ma sono coloro che determinano le scelte criminali da attuare. Sono i soggetti che costituiscono la cellula pensante di alto livello, il cuore del sistema criminale. Pur utilizzando altri termini, ritengo che Cosa nostra abbia gli stessi profili caratteristici. Sono queste le componenti che quando si incontrano tra loro costituiscono il vero sistema criminale di tipo mafioso, quel sistema che poi stabilisce quali sono le strategie da seguire e le azioni da consumare, che poi vengono affidate alle varie componenti visibili. Quindi se è necessario agire in Palermo, l’esecuzione viene affidata a chi in quei territori storicamente ha sempre operato: così avviene in Calabria. Se si deve operare in qualsiasi altro territorio viene stabilito di volta in volta chi materialmente deve consumare l’azione, valutando i vari aspetti che tratteggiano lo specifico ambito operativo». Un approccio, quello spiegato dal magistrato calabrese, che ha provocato anche un cambio all’interno delle organizzazioni criminali.

Le quali hanno voluto e saputo darsi nuove regole, hanno in molti casi reso informale quel vincolo che, se provato, potrebbe metterli in grave difficoltà. “Dall’integrazione tra arcipelago mafioso e settori qualificanti della società – commenta Costantino Visconti, ordinario di Diritto penale all’Università di Palermo – prenderebbe vita una sorta di sistema del malaffare a geometrie variabili, costituito da consorterie politico-mafiose, all’interno delle quali i mafiosi in senso stretto non sempre esercitano un ruolo predominante: può infatti accadere il contrario, nel senso che il gioco è condotto soprattutto da comitati d’affari o da cordate politico-clientelari, che usano i mafiosi per regolare le attività, proteggersi dalla concorrenza, ottenere favori dalle amministrazioni pubbliche”. E dunque capita sempre più spesso che il fenomeno mafia (declinato in tutte le sue varianti: camorra, ‘ndrangheta e così via) sia sempre più impercettibile: “Osservando da vicino variegati rapporti intrattenuti dalle mafie con il mondo delle imprese – continua Visconti – ci si avvede che, al momento di decifrarne la natura e la rilevanza a fini giudiziari, tendono a prevalere le sfumature sui contorni netti”.

È un punto fermo che si aggiunge ad altri: sappiamo quali sono i settori in cui le mafie operano direttamente e sappiamo che prediligono settori a basso valore aggiunto. Ed è ormai noto che, per le mafie, molte cose sono possibili grazie alla contiguità con i colletti bianchi: professionisti, imprenditori, tecnici, politici e funzionari pubblici che mettono a disposizione delle cosche conoscenze, competenze e relazioni nell’ambito di uno scambio di favori. Ma poco o nulla sappiamo delle mafie finanziarie, della loro attività, della loro azione. Possiamo escludere che siano attive? “Assolutamente no”, assicura Visconti. Ed è questa, pare, la nuova sfida resa ancora più difficile dalla complessità degli strumenti che queste mafie hanno a disposizione, dalle regole (e dall’assenza di regole a volte) che la mondializzazione si porta dietro. Vale anche in questo caso un ragionamento fatto da Lombardo nell’intervista rilasciata ad Antimafia duemila: «C’è un insieme di soggetti e sono tutti coloro i quali operano in maniera infedele negli ambiti strategici a livello mondiale, soprattutto in ambito finanziario, economico, imprenditoriale, ma anche politico e istituzionale. Sono soggetti che hanno rapporti stabili in settori chiave, che passano dal sistema bancario ai principali sistemi finanziari e, soprattutto, entrano in quegli apparati che governano il potere reale. L’errore di fondo da non fare è considerare nel 2015 la ‘Ndrangheta come un’organizzazione tipicamente calabrese o Cosa Nostra come un’organizzazione tipicamente siciliana, perché operano in un mercato mondiale ed in quello spazio economico godono di autorevolezza senza pari. Se da una parte sembrano aver perso le loro singole individualità, in realtà hanno acquistato un potere sempre maggiore proprio perché non si presentano come espressioni di singole realtà locali: nel momento in cui il grande capo mafia calabrese ha necessità di operare in uno Stato estero o ha necessità di aprire nuovi canali operativi in ambito finanziario, ricorre al sistema criminale integrato di cui è parte che lo agevola e lo protegge, rendendolo invisibile».

C’è da raccogliere oggi l’eredità di Falcone (e di Paolo Borsellino ovviamente) in termini di intuito, organizzazione, nuove regole, prospettiva. Un esempio? Falcone diceva: “Segui il denaro per trovare la mafia”: la soluzione quindi è cercare i soldi. Ecco uno dei punti più deboli, secondo il giurista Giovanni Fiandaca, che ne ha parlato in una sede istituzionale come la commissione parlamentare Antimafia: “Nel corso di un ventennio di applicazione giurisprudenziale – ha spiegato Fiandaca – le fattispecie di riciclaggio hanno avuto un impatto nella prassi molto insoddisfacente e molto limitato e io credo che questo risultato si spieghi piuttosto che con insufficienze nelle formulazioni normative in se stesse considerate, con la complessità delle indagini in materia di riciclaggio, per cui i fenomeni più rilevanti sfuggono, mentre cadono nella rete giudiziaria fatti di importanza secondaria”. Il che, detto in parole semplici, significa che non si riescono spesso a scoprire i grandi movimenti di denaro, quelli che utilizzano sistemi complessi. Perché? “Mi permetto di avanzare l’ipotesi – ha aggiunto Fiandaca – che l’insufficiente repressione giudiziaria dei fenomeni di riciclaggio dipende anche da un’insufficiente preparazione tecnica dei magistrati. C’è un problema grosso di formazione anche in materia economico- finanziaria dei magistrati”.

Bisogna fare i conti con una situazione complessa in cui la tradizionale attività delle mafie (in particolare le estorsioni) è solo un tassello di un puzzle molto più ampio in cui reati di mafia e reati dei colletti bianchi si toccano, interagiscono, si intersecano come spiega Dino Petralia, procuratore aggiunto a Palermo con delega al coordinamento delle indagini sulla pubblica amministrazione e alle misure di prevenzione: “Esiste – dice Petralia – un fenomeno che è molto meridionale e anche sufficientemente siciliano che non è quello dei cerchi concentrici, ma degli insiemi che si intersecano, in cui c’è una parte comune ai due insiemi: questa è la pubblica amministrazione mafiosa. Questo è un terreno su cui ancora siamo indietro perché siamo indietro sulla possibilità di investigare in materia di pubblica amministrazione. È proprio questo il punto: si coglie da fascicolo a fascicolo una quasi paradossale supremazia del pubblico amministratore, dei pubblici ufficiali rispetto ai mafiosi, così come c’è una tendenziale supremazia degli imprenditori sui mafiosi. Questo significa, da un lato, una debolezza tendenziale della mafia che potrebbe esserci in certi settori e in certe aree geografiche e, dall’altro, una predominanza di potere che corrisponde al potere di erogazione economica, visto che oggi i flussi economici sono solo quelli della pubblica amministrazione e delle grandi imprese. E questo spiega perché la mafia sta ritornando al fenomeno della droga e non è escluso che torni anche al contrabbando di sigarette. C’è bisogno di perforare questa corteccia della pubblica amministrazione e della corruzione: finora siamo riusciti a sanzionarla come merita solo a macchia di leopardo. Ci proviamo”.

Problemi che si è certamente posto il Consiglio superiore della magistratura che ha creato un comitato che si occuperà di criminalità organizzata con proposte sulle piante organiche, sui moduli organizzativi, sulle leggi: “Ci siamo resi conto – afferma Morosini – che occorre una nuova riflessione organica su questo tema anche sotto il profilo delle risposte di sistema che possono arrivare da un organo come il Csm. Pensiamo ad esempio alle procure distrettuali antimafia: quando sono state concepite avevamo in mente delle forme di manifestazione del crimine mafioso molto proiettate sulla dimensione dell’aggressività fisica e del profilo sanguinario e questo fatto aveva portato all’individuazione di dipartimenti di una certa consistenza proiettati su questo tipo di criminalità sottraendo risorse umane a dipartimenti come quello per i reati contro la Pubblica amministrazione e reati relativi al circuito economico-finanziario. Oggi ci rendiamo conto che non si può parlare di criminalità organizzata senza affiancarla a fenomeni di sistemi criminali integrati dove la corruzione diventa il collante e dove gli obiettivi sono quelli di condizionamento di circuiti amministrativi e di circuiti economico-finanziari. Di conseguenza questi dipartimenti che si occupavano di certi reati, ma che non rientravano nella direzione distrettuale antimafia, dovrebbero essere in qualche modo potenziati redistribuendo determinate risorse che oggi sono concentrate su dipartimenti di Dda che rischiano sotto certi profili di essere sovradimensionati e bisogna aumentare le forme di collegamento con altri dipartimenti”.

Intanto, in parecchi casi, il sistema giudiziario (e investigativo) è riuscito a trovare le giuste soluzioni per combattere un fenomeno complesso come quello criminale. Ne sono un esempio i provvedimenti delle sezioni Misure di prevenzione dei Tribunali che, in qualche caso, hanno permesso di sequestrare ingenti beni ai mafiosi o ai loro eredi anche in assenza di indagini da parte delle procure. “Penso – dice ancora Morosini – all’importanza che hanno oggi le misure di prevenzione e al tema della specializzazione della formazione dei magistrati che si occupano di questa specialissima materia da magistrato post moderno che deve avere la cognizione di una serie di cose che vanno ben oltre il diritto e che attengono molto addirittura alla conoscenza delle scelte gestionali di un’impresa. Tutto questo ci fa comprendere che occorre attrezzarsi anche dal punto di vista ordinamentale e organizzativo all’interno della magistratura”.

È fuor di dubbio, comunque, che il sistema della prevenzione patrimoniale, in alcuni casi, ha funzionato meglio delle stesse indagini penali e ha fatto emergere ingenti patrimoni accumulati grazie alla collusione con la mafia. Ne è un esempio Palermo dove, negli ultimi anni, grazie alla speciale normativa sulla prevenzione, sono stati sequestrati patrimoni per miliardi di euro e le misure hanno colpito anche grandi aziende nazionali e internazionali. “Il sistema funziona – dice il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti –: penso al lavoro di indagine fatto in diverse aree del Paese. A Milano, per esempio, c’è un giovane magistrato come Paolo Storari che ha fatto delle cose molto interessanti. Il problema semmai è quello di attrezzarsi per individuare i finanziamenti che stanno alla base del grandi traffici di droga, vero grande business delle organizzazioni criminali. C’è un dato di fatto: aumentano i sequestri ma non diminuisce la droga in circolazione. Ciò significa che loro hanno risorse per continuare ad alimentare questo mercato. È un flusso che spesso sfugge: ci sono società, anche apparentemente legali, con sede all’estero che hanno un ruolo di cassaforte e che per il sistema sono invisibili”.

Occorre dunque cambiare strategia o riprendere e attualizzare quella metodologia che fu di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un metodo che aiuta a comprendere le cose nel loro insieme, che valorizza le connessioni, sviscera i legami: «Borsellino poco prima di morire disse in maniera straordinariamente chiara che non si può fare questo lavoro pensando che le organizzazioni criminali siano bande di criminali disorganizzate o legate a logiche primordiali – spiega ancora Giuseppe Lombardo -. Fino a quando esisterà questo approccio, soprattutto da parte di chi fa il nostro lavoro, ci troveremo sempre davanti a difficoltà insormontabili. Ormai siamo assolutamente consapevoli di quello che deve essere il nostro compito e soprattutto siamo già in possesso di quasi tutte le risposte ai principali quesiti. Se nel momento in cui, affrontando nuove situazioni, non abbiamo la capacità di evitare di ripartire costantemente da zero, non saremmo mai in grado di alzare il livello delle nostre indagini. La loro forza sono le relazioni, che non sono esterne alle organizzazioni criminali. Se cambiamo prospettiva ed immaginiamo un sistema integrato, in cui queste singole componenti diventano parti di un qualcosa di molto più ampio, otteniamo il risultato evidente che quello che sta all’esterno rispetto alle singole mafie si troverà, invece, all’interno del più ampio sistema criminale. L’errore peggiore che si possa commettere è processare le persone ritenendole concorrenti esterne a Cosa nostra o alla ‘Ndrangheta, quando invece più attente investigazioni le trasformano in soggetti di vertice del sistema criminale di tipo mafioso. Sono le nostre capacità investigative che trasformano quell’esterno in una componente interna, che spesso diventa anche il vertice: ecco quello che diceva Borsellino. Se così non fosse, si tratterebbe di bande di delinquenti di bassissimo livello, torneremmo ad un’organizzazione con caratteristiche di base talmente note, che non sarebbe difficile annientare in pochi anni e individuare tutti i responsabili. Questo non è ancora avvenuto perché quel circuito criminale primordiale oggi è diventato molto altro, pur mantenendo una serie imprescindibile di legami con le regole tradizionali».