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Mafia dei Nebrodi, il vicequestore Manganaro: “Qui il mutamento coinvolge anche i colletti bianchi”

L’ultima operazione è di qualche giorno fa: un colpo fortissimo alla mafia dei Nebrodi con gli arresti di quelli che sono ritenuti i capi. Operazione condotta dai carabinieri del Ros e dai militari della compagnia di Santo Stefano di Camastra. Ma non è che l’ultima tappa di un modello di contrasto alla criminalità organizzata che sui Nebrodi sta dando frutti importanti. Ed è un modello che nasce a Troina, nel cuore dei Nebrodi, in provincia di Enna ma in verità a cavallo tra l’ennese e il messinese. Il paese di cui è sindaco Fabio Venezia, primo cittadino finito nel mirino dei clan per fatto saltare loro gli affari nell’azienda silvo-pastorale che ha a disposizione 4.200 ettari di terreno, parte dei quali erano nella disponibilità di nafiosi o loro prestanome. Un  vero affare grazie alle indennità pagate con i fondi dell’Unione europea. 

Ma anche questi risultati fanno parte di un progetto, di un’idea organizzativa oltre che investigativa di cui parla Daniele Manganaro, oggi vicequestore a capo del commissariato di Sant’Agata di Militello in provincia di Messina: è stato lui insieme agli agenti di scorta e a un suo stretto collaboratore (Tiziano Granata) a sventare l’attentato al presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci  che i clan volevano morto proprio per aver introdotto quel protocollo che abbassa parecchio quella soglia in cui diventa obbligatorio il certificato antimafia, ovvero diventa obbligatorio per gfli imprenditori dimostrare di non aver avuto precedenti per mafia. Non è cosa da poco in una terra in cui ci sono sindaci (e purtroppo non sono pochi) che tendono a negare l’esistenza della mafia dei pascoli.

Anche il protocollo è un pezzo di quella strategia avviata già nel 2014 di sicurezza partecipata cui hanno dato un contributo le forze dell’ordine, le istituzioni, i cittadini e alcuni imprenditori.  Come è stato possibile lo ha spiegato Manganaro raccontando,  nel corso di un convegno che si è tenuto nei giorni scorsi a Nicosia in provincia di Enna, la preparazione di due importanti operazioni di polizia contro la mafia dei Nebrodi. Dettagli fin qui inediti di un metodo, un modello che ha dato e continua a dare frutti: “E’ stato un lavoro di squadra – ha detto Manganaro – non solo della magistratura e delle forze dell’ordine ma è stato un lavoro delle istituzioni, della giunta di Troina guidata da Fabio Venezia, degli imprenditori onesti. Per 22 mesi ogni giovedì notte ci incontravamo in una casa di campagna affinché, loro, potessero illustrarmi quello che era successo: i furti di bestiame, di mezzi agricoli. L’azione fatta ha portato ad un abbattimento del 100% di tutti quei reati. Le operazioni Discovery 1 e 2 sono state importanti: gli arresti per mafia sono stati 22”. Manganaro ha ricordato l’incontro avvenuto a Sant’Agata di Militello, prima del suo insediamento nella città come dirigente, con Venezia e Antoci, l’intesa di intenti nata sin da subito tra loro, nell’ottica di una sicurezza partecipata: “Quando siamo andati a prenderci un caffè – racconta Manganaro – , subito abbiamo iniziato a parlare di sicurezza partecipata. La sicurezza partecipata è la sicurezza composta da tutti i membri delle istituzioni, forze dell’ordine, magistratura, figure istituzionali e cittadini. Sicurezza partecipata è la mossa vincente. Magistratura, polizia di stato, istituzioni hanno portato ad un risultato brillante a Troina, perché lo hanno voluto i cittadini, sono stati loro a stimolarci, occhi e orecchie nostre sul territorio.”

Manganaro ha raccontato come nel 2014 al tavolo tecnico convocato dal prefetto a Cesarò dopo l’incendio doloso ai danni dell’auto del sindaco del comune nebroideo, lui e Antoci parlarono di mafia e del sistema mafioso di quel territorio, e fecero i nomi delle famiglie mafiose.
Dopo quella riunione vi fu la reazione delle cosche. “Il primo atto scatenante fu l’incendio della macchina del sindaco di Cesarò: era il 2014 e il prefetto ha convocato un tavolo tecnico a Cesarò dove sono intervenuti i sindaci del territorio, i rappresentanti provinciali delle forze dell’ordine, quindi il questore, comandante dell’arma, comandante della finanza, gli ufficiali competenti per il territorio, io come dirigente del commissariato e lo stesso Antoci – dice Manganaro -. E in quell’occasione il tono della conversazione era questo, in particolare da parte dei sindaci: non ci sono denunce quindi non ci sono reati, si tratta di un atto estemporaneo, non ci sono segnalazioni quindi non c’è mafia. A un certo punto sono intervenuto io e ho fatto i nomi delle famiglie mafiose presenti sul territorio: questo è un atto mafioso, ho detto, e queste sono le 4 famiglie che comandano; dopo di me è intervenuto il presidente Antoci parlando di legami mafiosi forti in quel territorio nebroideo. Quando parlo di mafia parlo del territorio nebroideo, quindi parliamo di Troina, Cesarò, Tortorici, che sono le zone dove io opero”.
Ed è a quel punto che comincia  “un’attività forte nei confronti di queste persone. Cominciamo a sequestrare allevamenti, terreni, casolari, cominciamo a mettergli le mani in tasca e da li iniziano gli atti intimidatori. Lettere di minaccia al presidente del Parco; mandano proiettili al presidente del Parco, a me, a delle guardie venatorie che collaboravano con noi, fino ad arrivare all’atto di maggio: l’attentato al presidente del Parco. Quali sono state le risposte? Gli arresti: abbiamo fatto un’operazione a dicembre: “Gamma Interferon”, questa operazione ha portato a 33 misure cautelari e 17 indagati. Ha scoperto un sistema, ha svelato quello che stava dietro il business dei terreni: cioè oltre agli allevatori, ovviamente non per bene ma con pregiudizi per mafia, c’era tutta una serie di colletti bianchi che agevolavano il sistema. E’ emerso il problema tanto dibattuto, il problema della corruzione, perché coloro che supportano questo sistema non sono solo gli appartenenti ai clan, ma sono colletti bianchi, quali veterinari, esponenti delle istituzioni.”

Manganaro è netto: “Questi non sono territori tranquilli, sono territori storicamente controllati da associazioni mafiose e nello stesso modo in cui si evolvono i tempi la mafia si evolve, allo stesso modo se prima si dedicavano alle estorsioni e al traffico di sostante stupefacenti oggi rischiano zero dedicandosi alla truffa, perché la truffa è un reato che si prescrive. Vi faccio un esempio: io costituisco un’azienda agricola, faccio un allevamento di 1.000 capi di bestiame, prendo 1.000 ettari, ogni anno vado a prendere circa 800-900 mila euro di finanziamenti. Chiaramente per costituire un fascicolo aziendale di questo tipo mi serve: un veterinario che mi certifica, la qualifica di ufficialmente indenne dell’azienda, la presenza dei capi, la certificazione antimafia, tutto questo mi porta a presentare una pratica all’Agea che eroga i soldi direttamente sul conto corrente. Con rischio pari a zero”.

  • salvatore |

    mi sono sempre chiesto perchè il reato di truffa non viene considerato con più severità?….
    quanti poveri cristi sono truffati,oltre alle grandi truffa perpetrati ai danni della stato e della comunità europea.

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