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Mafia da legare, quando il boss si finge pazzo per evitare il carcere

“A seguito della strage di Bagheria e per consiglio che mi veniva dall’esterno del carcere da parte dei miei associati, i quali dicevano di curare i miei interessi processuali, ebbi a fingermi malato di mente, di talché entrai nel circuito degli ospedali psichiatrici”. A parlare è Pino Marchese, feroce killer di mafia, criminale di primo piano. Si trova, in quel momento in quello che un tempo veniva chiamato manicomio criminale a Reggio Emilia, e racconta di grandi mezzi e grandi poteri a un altro carcerato con cui vuole avviare un’attività (illecita ovviamente).

Ma Marchese dà indicazioni su un fenomeno consolidato soprattutto alla fine degli anni Settanta e negli ani Ottanta: il ricovero dei boss negli Opg del nostro paese. E in particolare ce n’è uno che merita di essere ricordato alla stessa stregua di un Grand Hotel di lusso per ospiti molto speciali ed è il manicomio criminale i Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina: il Vincenzo Maida, così si chiama la struttura dal nome dell’uomo che lo pensò, inaugurata nel 1925 dal ministro Rocco, con un’architettura tardo liberty, doveva essere una struttura d’avanguardia per la cura delle devianze criminali e nessuno avrebbe immaginato che sarebbe dioventato un luogo di vancanza e ritrovo per i boss in attesa di giudizio o addirittura già condannati. Sono solo una paio delle vicende raccontate nell’ottimo libro scritto a quattro mani dalla giornalista Laura Galesi e da Corrado De Rosa, psichiatra salernitano che si definisce scrittore rudimentale. Il volume (Mafia da legare, edito da Sperling&Kupfer, 267 pagine, 18 euro) con la prefazione di Pietro Grasso, oggi presidente del Senato ma capo della Direzione nazionale antimafia al momento della chiusura del volume. Un volume ancor più importante perché svela ciò che Cosa nostra non avrebbe mai voluto confessare: l’uso della follia (e della malattia in generale) con l’ausilio di medici compiacenti per evitare il carcere anche quando questo non era affatto duro. “Nel codice d’onore di Cosa nostra – si legge -non c’è spazio per la follia. Il mafioso si comporta in modo irreprensibile nella vita privata e in quella pubblica, ascolta, sa tutto, agisce nell’ombra, non perde mai il controllo. Per lui “pazzo” è un insulto, un’arma per delegittimare un delatore o attaccare chi è diventato troppo scomodo. Il boss è un uomo tutto d’un pezzo, o almeno così si dipinge. Eppure, in molti casi, è disposto a trasformarsi in un matto da manuale”. È si è visto.