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Quella fornitura di esplosivo Semtex tanto cara alla mafia e a Totò Riina

«Mio fratello sapeva che a Palermo era arrivato un carico di tritolo, anzi di semtex, l’esplosivo militare, destinato a lui, glielo aveva detto il ministro Scotti». A raccontare l’episodio Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. Il semtex fu utilizzato dalla mafia per la strage di Via d’Amelio ed è tornato d’attualità a proposito della strage sul rapido 904, fatto saltare in aria il 23 dicembre 1984: 15 i morti. La strage fu voluta da Totò Riina, dicono ora i magistrati napoletani che indagano su quei fatti e che hanno chiesto e ottenuto un ordine di arresto per Totò u curtu  accusato di esserne stato il mandante per lanciare un messaggio politico proprio a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone che avevano messo la firma sui mandati di cattura agli imputati del maxiprocesso.  Il semtex, ha raccontato il pentito Giovanni Brusca, è stato utilizzato diverse volte: nel fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone ma prima ancora per uccidere il giudice istruttore Rocco Chinnici e per l’attentato al giudice Carlo Palermo. Semtex H, derivante da un’unica fornitura di armi e materiale esplodente negli anni ’80 destinata alla mafia siciliana.

Unica la fornitura e unica la strategia,  dietro la quale c’era di sicuro l’interesse di Cosa nostra e l’appoggio dell’entità di cui Brusca torna a parlare a proposito della trattativa tra Stato e mafia e del papello.
«In tale contesto – precisa – come ho già dichiarato davanti ad altra autorità giudiziaria, sono stato in parte testimone diretto di tutta la vicenda del cosiddetto papello, ovvero, per essere più precisi, di una vicenda parallela avvenuta subito dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992, ndr.), allorquando Cosa nostra intavolò una sorta di trattativa con esponenti dello Stato diretta in buona sostanza a ottenere benefici penitenziari». Tra questi, dice Brusca, «gli arresti domiciliari per quattro affiliati di spicco dell'organizzazione, all'epoca già condannati o sottoposti a giudizio, e cioè Giuseppe Giacomo Gambino, Giovanbattista Pullarà, mio padre Bernardo Brusca e lo stesso Pippo Calò. Nell'ambito di tale trattativa, noi avevamo proposto la restituzione allo Stato di alcuni quadri di grande valore di provenienza furtiva che erano custoditi nel territorio del mandamento di Porta Nuova, il cui capo era proprio Calò, e anche uan scultura in bronzo raffigurante un cane privo di testa, sempre di provenienza furtiva, che era nella disponibilità di Matteo Messina Denaro».